sabato 14 dicembre 2013

Frozen - Il regno di ghiaccio

di Chris Buck, Jennifer lee
Animazione
Walt Disney 2013





La Disney è sempre la Disney e lo conferma ancora una volta con questo bellissimo e prezioso cartone in formato musical ideale per le vacanze natalizie ormai alle porte. 
Ispirato a La regina delle nevi di Hans Christian Andersen, narra la storia di due sorelle, Elsa e Anna, che vivono nel regno di Arendelle. Elsa però custodisce un segreto che non riuscirà a nascondere troppo a lungo: ha la capacità di trasformare tutto ciò che tocca in ghiaccio e neve. Un potere sempre più forte che può divenire anche molto pericoloso. Fino al giorno della sua incoronazione a Regina, dove sopraffatta dall’emozione scatena una tempesta di neve e ghiaccio sul suo regno. Decide così di scappare lontano dove può essere se stessa fino in fondo. Anna deciderà con l’aiuto di Kristoff, della sua renna Sven e del simpaticissimo pupazzo di neve animato Olaf, di riportare la sorella nel regno così da far ritornare l’estate e di gestire questo potere. Con che cosa ciò sarà possibile?

Un musical animato che cattura occhi e cuore. Bello da vedere grazie all’ausilio del 3D ma anche alle bellissimi immagini offerte da una tecnologia sempre più sofisticata.  Anna ed Elsa sono magnifiche e regali, gli abiti che indossano sono incantevoli e tutto lo scenario della città, della neve, degli oggetti è qualcosa di meraviglioso. La storia poi è sviluppata in modo perfetto, senza sbavature o assurdità, anzi ci si perde nel regno incantato tanto da riuscire a staccare gli occhi solo sui titoli di coda. Siamo nel regno della fantasia e l’unica cosa da fare è lasciarsi trascinare in questo mondo magico senza troppi pensieri. Un cartone che mette d’accordo grandi e piccini per la bellezza che in sé racchiude. 
L’immagine della principessa di tradizionale storia è ormai archiviata.
L’immagine della donna si è evoluta anche nei quartieri Disney. E’ una principessa autonoma, imprenditrice di sé che prende le proprie decisioni e commette consapevolmente i propri errori. Ne è passato di tempo dal bacio del principe che sveglia così la sua amata. Siamo dinanzi a una donna nuova, più cazzuta e disinvolta che non perde per questo il proprio fascino, anzi lo amplifica. Elsa è razionale, ha paura di fare del male agli altri; Anna è una sognatrice che si mette in gioco appena necessario. L’amore familiare tra Elsa e Anna è il motore di tutta la favola.
Il pupazzo di neve Olaf è il nuovo personaggio cult, simpatico e tenero, curioso e sincero, diventerà di certo il nuovo amico dei piccini.  


****

Pubblicato su Cinema4stelle

giovedì 5 dicembre 2013

Ciao Attaccabrighe!


Non sono nato con la sete di libertà. Sono nato libero, libero in ogni senso che potessi conoscere. Libero di correre nei campi vicino alla capanna di mia madre, di nuotare nel limpido torrente che scorreva attraverso il mio villaggio, di arrostire pannocchie sotto le stelle, di montare sulla groppa capace di lenti buoi. Finché ubbidivo a mio padre e rispettavi le tradizioni della mia tribù, non ero ostacolato da leggi divine né umane. Solo quando ho scoperto che la libertà della mia infanzia era un'illusione, che la vera libertà mi era già stata rubata, ho cominciato a sentirne la sete. (...) Da quando sono uscito dal carcere, è stata questa la mia missione : affrancare gli oppressi e gli oppressori. Alcuni dicono che il mio obiettivo è stato raggiunto, ma so che non è vero. La verità è che non siamo ancora liberi: abbiamo conquistato soltanto la facoltà di essere liberi, il diritto di non essere oppressi. Non abbiamo compiuto l'ultimo passo del nostro cammino, perché la libertà non è soltanto uno spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare e accrescere la libertà degli altri. La nostra fede nella libertà deve essere ancora provata.

"Lungo cammino verso la libertà"

Nelson Mandela 
1918-2013

domenica 1 dicembre 2013

Gli amici di Eddie Coyle


Leonard Elmore ci aveva indirizzati bene! "Il miglior romanzo poliziesco mai scritto, ha ridotto Il Falcone maltese ad una lettura di Nancy Drew". E come dargli torto.
Gli amici di Eddie Coyle non solo solo un ottimo noir per stile e contenuto, ma rivoluzionò anche il concetto stesso di crime. Eh sì, perché dopo vari tentativi letterari, nel 1972, George Vincent Higgins, finalmente intraprese la strada giusta sfornando questo ottimo libro dove mise a segno tutta la sua esperienza di procuratore distrettuale. Nato a Boston, amante di Hemingway e ottimo conoscitore degli ambienti malfamati e del linguaggio da gangster dopo aver passato ore e ore a sentire interrogatori e a seguire indagini come il suo lavoro imponeva.
Il libro narra le vicende di un gruppo di fuorilegge alle prese con armi e polizia. Gli ambienti sono quelli squallidi e volgari di chi tira avanti senza obiettivi se non quello di fare un bel colpo e campare fino al prossimo. Eddie Coyle è un uomo di questi, detto anche Eddie Dita perché privo di un dito, perso dopo aver fatto arrabbiare "gli amici". Ora alle prese con armi che gli vende il compare Jackie Brown, sì Tarantino ha celebrato questo libro chiamando così una sua eroina, la magnifica Pam Grier nell'omonimo film, ma Eddie fa anche il doppio gioco di informatore perché ha una pena in sospeso e cerca di comprarsi la grande giuria. Questi amici in pratica sono una manica di criminali che cercano di fregarsi l'un l'altro dove ognuno prova a guadagnare quel po' di profitto per tirare avanti, con mogli da tenere a bada e figli di cui occuparsi.
Il tutto viene raccontato attraverso il dialogo, cavallo di battaglia anche di Leonard Elmore da qui ripreso, dove non vi è il narratore tout court, quello al quale siamo solitamente abituati che spiega ambientazioni e immagini, ma vi è solo il narrato attraverso le varie conversazioni e solo parlando veniamo a conoscenza di ciò che sta accadendo, di dove ci troviamo e cosa accadrà. E' una scelta stilistica nuova (ricordiamo l'uscita nel 1972) che fa centro. Per questo genere letterario il puro dialogo regala alla storia un carattere molto realistico e vero, senza fronzoli o abbellimenti di alcun genere che fa molto storia-da-bassifondi. La scena la ricostruisce il lettore attraverso il racconto dei personaggi ed è un lavoro interessante e curioso. Assume importanza la parola, ossia il colloquio nella sua forma più vera, ricca di azione. Come un film. Insomma libro cult per gli amanti del genere, non troppo lungo che più che leggere si divora in poco tempo.

5/5



giovedì 21 novembre 2013

Fuga di cervelli

di Paolo Ruffini
con Paolo Ruffini, Luca Peracino, Andrea Pisani, Guglielmo Scilla, Frank Matano, Olga Kent, Gaia Messerklinger, Giulia Ottonello, Niccolò Senni
Italia 2013




Il cinema demenziale non è cosa facile e rischia spesso di cadere nell’incompiuto e ridicolo non suscitando alcuna risata comica. Perché far ridere è molto più difficile che far emozionare o far piangere. Ed è quello che accade in Fuga di cervelli, film che punta al comico demenziale, riprendendo tematiche tipiche della commedia americana come l’ambientazione da college con studenti impacciati che ne combinano una peggio dell’altra, che si ritrovano in situazioni assurde che dovrebbero farci sbellicare dalle risate e  invece non ci strappano neanche un mezzo sorriso.
La storia è il classico già-visto perché tratta di un gruppo di amici tutti un po’ strani e ognuno a modo loro: c’è il cieco, quello sulla sedia a rotelle, lo stupido che non capisce mai nulla, il drogato ed Emilio, quello più ‘normale’ ma che vive un amore mai compiuto. L’allegra brigata insieme cercherà di aiutare Emilio con Nadia, ovviamente la più bella e intelligente della scuola, di cui lui è follemente e segretamente innamorato. Nadia si trasferisce ad Oxford dopo aver vinto una borsa di studio e i cinque decidono di seguirla fingendosi studenti di medicina e qui ne combineranno di tutti i colori.
Molti i riferimenti alla commedia americana: da American Pie, a Il Grande Lebowsky, da Animal House a Una notte da leoni. Il film in realtà è il remake di una commedia spagnola Fuga de cerebros, che a sua volta cercava di imitare il genere più fortunato americano. Con tutti questi omaggi il film non ha una propria sostanza, ma si perde più di una volta, rimane sempre molto sul superficiale non realizzandosi e non divertendo mai, eccetto il momento di redenzione sul finire dove Emilio farà un po’ i conti della situazione e dirà ciò che necessario.
Paolo Ruffini al suo primo film alla regia è il cieco che non accetta il proprio stato, ma non brilla mai così come il resto del cast. Frank Matano è dedito al non sense e non emerge mai relegato a qualche battutina anche di scarso divertimento.
Insomma non si ride molto se non qualche volta e forse pure per disperazione. Il film è fermo su se stesso e fa continui giri senza decollare mai.
Il tema è quello dell’amicizia di un gruppo di persone che altrimenti sarebbero sole, ma che in fondo finiscono per volersi un gran bene e della crescita, necessaria e dolorosa verso l’età adulta accettando i propri limiti fisici (nel caso di Alfredo accettando la propria cecità e Alonso il proprio handicap) e mentali. Sarebbe potuto essere qualcosa in più, avrebbe potuto dire molto di più, ma sarà l’ennesimo film italiano di scarso contenuto degli ultimi tempi.

*

Pubblicato su Cinema4stelle

mercoledì 13 novembre 2013

Alla ricerca di Jane - Austenland

di Jerusha Hess
con Keri Russell, JJ Feild, Bret McKenzie, Jennifer Coolidge, Georgia King, James Callis, Jane Seymour
Gran Bretagna, Usa 2013

E’ possibile confondere realtà e sogno? Verità e immaginazione? Sarà la nostra eroina in grado di svegliarsi dalla sua illusione di poter vivere come nell’epoca di Jane Austen? 

Jane Hayes è una single trent’enne ossessionata da Jane Austen (tanto da farne in casa una sorta di museo dedicato), da tutti i suoi libri (letti milioni di volte) e da Mr Darcy (chi non lo è mai stata neanche una volta nella propria vita?). Decide così di regalarsi, spendendo tutti i suoi risparmi, una vacanza in Austenland, una tenuta inglese  dove si ricrea l’atmosfera vittoriana, le sue architetture, i suoi vestiti, le sale da ballo, le passeggiate e i colori. Grazie all’ausilio di alcuni attori vestiti con gli abiti dell’epoca si offre una Austen Experience con inclusa una storia d’amore in pieno stile austeriano. Così la nostra single trentenne decide di buttarsi in questa nuova avventura con la promessa di liberarsi, al suo ritorno, da questa ossessione. Incontrerà Mr Darcy? Riuscirà a trovare l’amore in un ambiente così finto e illusorio che ormai non esiste più? Capirà che quello che cerca in verità non esiste? O forse l’amore, quello vero e romantico, lo si può trovare nei modi più bizzarri?
Alla ricerca di Jane è un film basato sul romanzo del 2007 di Sharron Hale, che vede come produttrice la mamma di Twilight, Stephenie Meyer e che ogni fan di Jane Austen che si rispetti non potrà di certo perdersi. E’ una commedia simpatica ed ironica sull’ossessione delle  fans della scrittrice inglese di rivivere le storie d’amore delle eroine dei suoi libri. Zia Jane, grazie ai suoi intramontabili capolavori, ha fatto sognare numerose generazioni e spesso escono film o libri che ne sono tributo e celebrazione. Austenland è forse il meno riuscito degli ultimi anni rispetto a Becoming Jane o a Il club di Jane Austen. Tuttavia ne viene fuori una commedia divertente e romantica dai tratti colorati e grossolani. Keri Russell interpreta benissimo il ruolo della inguaribile romantica, ma la vera macchietta è Jennifer Coolidge, esplosiva ed espansiva, che si ritrova nella Austeland senza neanche sapere cosa sia Orgoglio e Pregiudizio. Jane Hayes è alla ricerca del suo Mr Darcy, di quei comportamenti, di quello stile, di quel romanticismo tutto ottocentesco e che non ritrova più negli uomini moderni. Riuscirà la nostra eroina nel suo scopo? 

“Cosa differenzia una semplice ammiratrice di Jane Austen da una fan accanita?” questo recita l’inizio del film. La risposta la troveremo però solo alla fine.

2/5

Pubblicato suCinema4stelle

mercoledì 6 novembre 2013

Something good

di Luca Barbareschi
con Luca Barbareschi, Zhang Jingchu, Kenneth Tsang,Gary Lewis, Michael Wong.
Italia, Cina 2013
 

In un piccolo villaggio dello Yunnan, in Cina, ad una giovane donna, Ximen, muore tra le braccia il suo unico figlio di quattro anni, Shitou, avvelenato da una bevanda adulterata. Inizia così una lunga battaglia legale contro l’azienda produttrice e apre ad Hong Kong un ristorante di sola cucina biologica. Nello stesso momento Matteo Mercury, trafficante italiano, tenta la scalata in una multinazionale con sede ad Hong Kong la quale dietro gli apparenti affari traffica cibo contraffatto nel mondo. Matteo è un uomo senza scrupoli che compra e vende cibo (e non solo) avariato, nonostante sappia cosa ciò provochi alla salute dei consumatori. L’incontro, per caso, con Ximen gli offrirà un momento di redenzione ed analisi. Nel frattempo verrà incastrato e accusato di alcuni omicidi dove necessario sarà l’aiuto di Ximen.

Luca Barbareschi firma il suo terzo film alla regia, dove è anche attore protagonista e produttore recitando in inglese e ambientando tutta la vicenda nella capitale cinese, della quale riprende anche in parte lo stile cinematografico. Liberamente ispirato al libro Mi fido di te di Francesco Abate e Massimo Carlotto (Einaudi editore), Something Good è insieme una spy/thriller story condita da una romantica storia d’amore. Non vi è sbavatura in questo film, tutto è perfettamente equilibrato, dove la denuncia al traffico di cibo avariato è forte ed imponente. Il tema trattato è drammaticamente attuale e Barbareschi è riuscito ad inserirlo all’interno di un film di ampio respiro. Non parla attraverso un documentario, ma tramite una storia che va ad intrecciare molte vite e tirando fuori un buon thriller con una trama che cattura l’attenzione del pubblico il quale recepisce il messaggio di denuncia attraverso vicende umane. Morte, inganno, corruzione si nascondono dietro Matteo ma dietro tante multinazionali di uomini arrivisti e dediti solo al dio denaro, ma successivamente anche amore e dunque redenzione. L’amore come fulcro di una riflessione, come miglioramento del proprio io, come analisi intima e superamento delle proprie barriere. Perché dall’altra parte Ximen rappresenta il buono, il naturale e genuino, colei che ama senza limiti. Unica pecca è l’immagine di un film freddo che va dritto al punto senza romanzare troppo nonostante l’intreccio amoroso, vissuto anche in modo immediato e troppo intenso per risultare credibile. Crudo, cupo, tuttavia mira alla denuncia e quella giunge, grazie anche al supporto di alcune immagini (come la carne piena di antibiotici), vigorosa.  Un buon prodotto dunque che poteva diventare qualcosa di più, ma che si ferma purtroppo ad un livello superficiale di accusa e liberazione.

3/5 (senza infamia e senza lode)

martedì 22 ottobre 2013

Breaking Bad 1° e 2° stagione


Arrivo con enorme ritardo, ma presa più che mai per quella che è per me la serie tv rivelazione di quest'anno. Era da un po' nella mia (luuuuunga) lista di serietv da guardare assolutamente e non mi sono sbagliata. Avevo letto in giro un gran bene, ma dopo le eccitazioni varie dell'ultimo episodio della quinta stagione (di cui non so nulla e voglio rimanere nell'oscurità) mi sono decisa. In meno di 15 giorni ho visto le prime due e non posso aspettare ancora per le altre.
Una serie tv assolutamente geniale, perfetta e credo che il meglio debba ancora venire.

La prima stagione è stata rivelativa, di spiegazioni e puntando su solo 8 episodi ha presentato situazioni e personaggi: Walter White aka Heisenberg ha un cancro e pochi mesi di vita dinanzi a sé. Ha una moglie Skyler (vi prego, ditemi che il suo personaggio avrà una evoluzione perché è di un palloso cosmico) incinta della secondogenita e un figlio con problemi motori che lo obbligano all'uso delle stampelle. Walter è un modesto professore di chimica in un liceo locale, ma in realtà possiede capacità e qualità per fare qualsiasi altro lavoro più retribuito e sofisticato (in America i professori sono laureati di serie b, in Italia se vuoi insegnare meglio se ti ammazzi - scusate lo sfogo/frustrazione personale).
Dinanzi a questa situazione, dunque, cosa fare? Se sai che a breve morirai e la tua famiglia si troverà in un sacco di problemi economici in più devi pagarti le cure, in più sei un genio in chimica e che potresti fare un mucchio di soldi?? Che fai?? Ovvio, ti metti a 'cucinare' metanfetamine con un tuo ex studente, ora professionista (?) spacciatore. Ma non droghette di bassa lega, qui si parla di metanfetamine di elevata purezza. Da qui una serie di problemi più o meno grandi e tante bugie per coprire questa doppia vita.
La seconda stagione è un po' più di stallo, non accade nulla di sconvolgente, ma sembra proprio di preparazione alle successive che si prospettano micidiali.
Quello che sta venendo fuori è il passaggio di Walter a un lato oscuro, più cinico e cattivo, di un uomo ordinario che ha sempre vissuto una vita tranquilla, non facendo mai nulla sopra le righe che messo alle strette tira fuori il lato più nero di se stesso. Il tema del doppio, ancora solo accennato, è sempre stato di grande fascino e potrebbe svilupparsi molto bene perché gli elementi ci sono tutti. La domanda che mi pongo è se Walter a prescindere dalla malattia sarebbe prima o poi esploso. In questo caso ha un espediente, sta per morire e non ha nulla da perdere, ma ora che a fine seconda stagione pare stia guarendo, continuerà nel suo progetto? E se lo farà non vuol dire che in fondo quello che fa per lui è diventato un piacere? Quanto realmente questo lato di Walter era così oscuro e nascosto? Vedremo...

1° stagione: ****
2° stagione: ***






venerdì 20 settembre 2013

Child of God (Figlio di Dio)


Con l'arrivo nelle sale del film Child of God con alla regia James Franco ripreso dal libro del tanto amato Cormac McCarthy (Einaudi Editore), ho deciso di cimentarmi nella lettura prima della visione filmica.
Da queste parti McCarthy è un autore molto apprezzato e seguito. Scoperto grazie a The Road, ho proseguito con Non è un paese per vecchi, ma è con Cavalli selvaggi che ho definitivamente e indissolubilmente capito che quest'autore è uno di quelli che porterò per sempre nella mia vita.
Ho letto da qualche parte che  Figlio di Dio è ritenuto un libro minore nella bibliografia di McCarthy. Non credo proprio che sia così. Forse questo è il libro più duro, dall'impatto molto forte, privo di smancerie e sbavature. Difficilmente permeabile e di certo enigmatico.  Come alle volte è la vita.
Cormac è il narratore, voce descrittiva e lontana, lungi dal fare teorie o dall'esprimere giudizi. Non accusa né giudica. Narra, nel suo perfetto modo di raccontare. Descrive di Lester Ballard che vive in una piccola comunità nella Contea di Servier, Tennessee. Ballard è un povero diavolo, un animale randagio che vive di espedienti, rubando e uccidendo senza un apparente e razionale motivo. Ballard è un derelitto, inutile e negativo, ma Ballard è comunque un Figlio di Dio, come sin dalle prime pagine l'autore tiene a precisare:

"Sulla porta del granaio, un uomo guarda tutto ciò scaturire da un mattino bucolico e per il resto completamente muto. È piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient'altro che un figlio di Dio come voi, forse".

E' un parassita umano che sopravvive senza alcun aiuto, denigrato, allontanato ed emarginato. Girovaga tra i boschi, uccide e stupra i corpi delle donne esanime, sussurrandole parole che a nessuno è dato sapere. Vive come un animale, trascorre un intero e gelido inverno in una grotta, mangia ciò che trova, dorme su un materasso zuppo di neve. Pazzo e violento non conosce altro modo di vivere che questo, non sa amare se non praticando necrofilia. Nella sua follia, egli si prende anche cura delle sue vittime, in un modo infantile come se fossero giocattoli, curandole e a modo suo amandole. Tuttavia, nonostante il disgusto e la ripugnanza che si prova, occorre ricordare che è un figlio di Dio, come tutti. In fondo che differenza c'è tra lui e un padre che violenta le figlie o tra lui e i Cappucci Bianchi e i Bluebills (gruppi sanguinari che avevano colpito con la loro violenza quelle zone)? McCarthy non a caso descrive di altre vite che si dedicano, consapevolmente o no, al male. Lo fa per umanizzare Ballard, che altrimenti resterebbe solo un pazzo e freddo omicida. Al lettore non resta che farsi la propria idea.
Una scrittura asciutta, senza fronzoli o dispersioni, una perfetta analisi dell'animo umano, delle sue sfumature e dei suoi capricci oltre che le sempre suggestive descrizioni dei paesaggi intorno, quelle alle quali il buon vecchio McCarthy ha abituato ormai tutti i suoi lettori.
E' un libro profondo, con una prosa talmente raffinata che diviene imponente, un testo che rimane dentro e ti scava anche un po'. Forte e crudo, amaro e vero.
Alla fine te lo immagini Ballard che corre nei boschi indossando i vestiti da donna delle sue vittime, il rossetto rosso sulle labbra, il fucile in spalla, lui così smunto e cattivo. E quegli occhi rossi come il Diavolo.
Ballard è il Male, ma che cos'è poi il Bene?

venerdì 13 settembre 2013

Orange is the New Black

ideatore Jenji Kohan
con Taylor Schilling, Laura Prepon, Michael Harney, Michelle Hurst, Kate Mulgrew,Jason Biggs
Usa 2013


Ho ormai assodato l'idea che amo leggere libri circa criminali, tossici, ladri, pazzoidi che puntualmente marciscono in putride galere, che si danno alla fuga o che muoiono in modo disperato. Legato a questo filone ho capito che amo molto le serie tv (o film) che hanno come 'location' le galere (vedi anche Prison Break, Oz, e i vari film che circolano sull'argomento).
Quindi è ovvio che una serie tv che avesse come sinossi la storia di una donna che finisce in galere a scontare una pena fosse per me già motivo di entusiasmo. Ma Orange is the New Black si è rivelato qualcosa di molto più interessante. 

Ideato da Jenji Kohn (la stessa ideatrice di Weeds) Orange is the New Black è l'adattamento di un romanzo autobiografico di Piper Kerman Orange is The New Black: My Year in a Women's Prison.
La serie narra di Piper Chapman, una donna newyorchese bianca borghese prossima alle nozze con Larry che deve scontare 15 mesi al Lichfield, un carcere federale femminile, perché ha aiutato a trasportare del denaro derivante da traffici di droga per Alex Vause, sua ex fidanzata e anche lei ospite della stessa galera. 

Piper (Taylor Schilling) si presenta come un personaggio pulito e sincero, un po' vittima degli eventi col suo sguardo da coniglietto impaurito e sofferente verso una situazione più grande di lei. Ma Piper non è solo questo e lo si capisce subito dati i suoi trascorsi da aiuto-trafficante lesbica di droga. Alex viene percepita come la cattiva, ma se non fosse poi del tutto così? Nel carcere si susseguono le storie di tante donne le cui vicende vengono tratteggiate da vari flashback mai troppo lunghi o confusionari che ci danno informazioni sul passato e sul come siano finite in carcere. 

C'è Red, russa, che gestisce la cucina ed è una sorta di 'mamma-sentinella'; c'è Dasha che si innamora di una guardia, Bennett; c'è Nicky, ex tossica, lesbica dichiarata e che ha varie storie sessuali con altre ragazze; c'è Morello che è tutta presa dall'organizzare un matrimonio col suo fidanzato ma visto. Poi c'è Crazy Eyes,  che vuole Piper come sua moglie e così via verso storie particolari, la maggior parte tristi.
Ci sono il gruppo delle latine, quello delle Afro, quello delle bianche, tutte però donne che per un motivo o l'altro si ritrovano lì, dove forse è il miglior posto dove stare. Dove ci si da da fare, ci si ritrova con se stessi e ci si riscopre persone. Dove puoi veramente capire chi sei, vero Chapman?
Una comedy drama perché non vi è mai vero dramma, nonostante alcuni vissuti lo siano, ma il tutto è tracciato con ironia e sagacità. Una serie tutta al femminile, dove la peggior figura la fanno gli uomini, come Mendez 'Pornstache', lurida e insopportabile guardia che approfitta della sua posizione, ma il peggior dei peggiori sarà Healey, che cambierà faccia verso metà stagione con la sua guerra alle lesbiche. Larry è Jason Biggs che, ahimè per lui, interpreta sempre il cazzone di America Pie quindi nulla da aggiungere a un personaggio che già conosciamo.
Sesso, violenza, omofobia, paura, droga sono tutti temi che si fronteggiano e si analizzano. Dove ogni donna è vittima ma anche carnefice di condizioni umane che l'hanno portata a essere lì. Nulla da recriminare, solo riflettere e capire il perché. Dove ogni tanto si vede una luce, forse di speranza, ma mai con troppa illusione.

Insomma una serie variopinta e totalmente libera nel linguaggio e in alcune scene un po' spinte (non tantissimo dai) che ha di certo alcuni difetti ma che nelle tematiche e nei dialoghi (quelli delle afro sono i più caratteristici di tutti) non sembra affatto male. Molti temi sono già visti, qualcuno potrebbe dire. Vero, ma utilizzare certe idee e inserirle in un contesto femminile carcerario dove passa di tutto mi sembra una novità per niente male!

*****













Molto bella anche la colonna sonora in generale che passa da Nancy Cassidy, i Keane, i Supergrass.
Merita tanto anche la intro song:


martedì 3 settembre 2013

Little Boy Blue


Di questa estate porterò con me la bella sensazione della lettura di un gran libro letto con voracità ma con la giusta lentezza per apprezzarne stile e storia. Parlo di Little Boy Blue del buon vecchio caro fantastico bastardo (ecc.) Edward Bunker, divenuto ormai da tempo uno dei miei scrittori preferiti. Un libro pieno, intenso, perfetto. Non è una novità, penso, visto che nessun libro scritto da Eddie può considerarsi un 'esercizio di scrittura' o un libro inferiore rispetto ad un altro, ma tutti i suoi romanzi sono opere complete, intense e da leggere. Tutti i suoi libri sono letteratura pura.
Anche per Little Boy Blue ci troviamo dinanzi ad un romanzo crime, noir ma non solo. Bunker appartiene a più generi, creandone uno suo personalissimo e unico. La storia c'è, rapisce il lettore, lo catapulta nelle strade californiane tra inseguimenti, fughe, riflessioni, paranoie, paure e coraggio. Stavolta però dinanzi ai nostri occhi c'è un bambino, fin troppo piccolo, fin troppo scaltro. E se dapprima puoi provare un senso di tenerezza per la giovinezza strappata via e per un destino contrario e malsano, presto capirai che sei tu quello fesso, che non hai capito nulla, che Alex Hammond è un fottuto figlio di puttana che sa e vuole quello che fa. Lui ama il rischio, la sfida, non ha paura dei vari istituti in cui minacciano di rinchiuderlo. Se necessario, Alex uccide anche un uomo. All'inizio pensi che siano casi fortuiti e sfortune che girano a fargli andare tutto storto, ma in realtà Alex ha qualcosa dentro che gli fa compiere ciò che fa. E non servono psicologi e sentimentalisti per capire che Alex, a causa di mancanza di educazione e di una famiglia si trova così, senza nulla, senza casa, ma è anche un modo di essere, un nascere con qualcosa che dentro brucia. Forse Alex aveva solo bisogno di amare e di sentirsi amato. Deve lottare, fare a pugni col mondo solo per ritagliarsi un briciolo di tranquillità, magari guardando un tramonto, o una ragazza e allora ne sarà valsa la pensa scappare per ritrovarsi qui, ora, in un cinema di terza categoria.
Bunker è un fuoriclasse, usa la parola come un giocoliere un birillo, scrive con le unghie, raffinato e aggressivo, asciutto e introspettivo. E' un grande scrittore, ma soprattutto è un intenso conoscitore dell'animo umano, di quella parte più oscura di ognuno di noi.

5/5

Ciò nonostante, decise di scappare. Una fuga avrebbe anche significato la ricerca di qualcosa. Qualunque fosse questo 'qualcosa', non l'avrebbe mai trovato, se fosse rimasto chiuso dentro quelle mura. Fuori di lí, ogni nuovo giorno gli avrebbe offerto una nuova sfida e una nuova avventura. Tutto poteva succedere. Che andassero tutti a farsi fottere, se pensavano che si dava alla fuga semplicemente perché aveva paura.

Per Alex questa fu una rivelazione: non soltanto il fatto che Rogna avesse mentito, perché la menzogna è comune come la verità, in ogni circostanza. Alex ebbe la rivelazione che le persone, senza riflettere, si espongono con una parola, un gesto, un atteggiamento, un comportamento, e che gli angoli più nascosti dell'intimo di ciascuno si aprono involontariamente se si preme il bottone giusto. Non era una menzogna, nel senso proprio del termine; ma la visione che le persone avevano di se stessi, o delle cose, era talvolta più piacevole che vera, o sincera.

venerdì 5 luglio 2013

Facciamola finita

di Evan Goldberg, Seth Rogen
con James Franco, Jonah Hill, Seth Rogen, Emma Watson, Paul Rudd, Jason Segel, David Krumholtz, Michael Cera
Usa 2013
Uscita: 18 luglio 2013

Nato da un cortometraggio scritto da Evan Goldberg e Seth Roger, a distanza di sette anni, Facciamola Finita diviene un scoppiettante lungometraggio diretto sempre dagli stessi autori.
L’idea principale che percorre tutto il film è quella di ridicolizzare e mettere a nudo le celebrità hollywoodiane che interpretando se stessi e con una eccessiva caricatura mostrano la superficialità delle star americane.
Due amici, Seth Roger e Jay Baruchel, si recano alla mega festa che James Franco ha organizzato per inaugurare la sua fantastica villa. Durante il party scorgeremo molte personalità del panorama americano come Michael Cera, Emma Watson, Jason Segel, Rihanna, ecc. Tutti dediti a divertirsi tra fiumi di alcool e droghe di ogni specie. Durante la serata però qualcosa di molto strana accade e ciò che dapprima sembrava un semplice terremoto, si trasformerà in una sorta di invasione aliena, con luci blu cadenti dal cielo, fuoco e fiamme. Tutto ciò però non sarà altro che l’Apocalisse e i nostri attori si ritroveranno bloccati in casa di Franco mentre Los Angeles verrà letteralmente devastata e dovranno rivalutare il concetto di amicizia passando da una sorta di redenzione mistica.
Ilare, sarcastico e paradossale, Facciamola finita (perché non lasciare il titolo originale?) è un film demenziale ed esagerato. I protagonisti interpretando se stessi, in fondo muovono una critica a tutto il sistema hollywoodiano, spesso superficiale e baldanzoso. La loro caricatura (poi mica tanto) è di uomini stupidotti, superficiali e ignoranti. Bevono, fumano, dicono inutilità e non fanno altro che fare festa. Non appena si presentano delle difficoltà verrà fuori tutto il loro spirito di celebrità viziate ed incapaci di trovare soluzioni, convinti che “le persone famose sono le prime ad essere salvate”.
Il film all’inizio fatica a carburare a causa di scene noiose con dialoghi lunghi e senza senso, forse anche a causa del doppiaggio e della traduzione che perde dietro di sé sempre qualcosa, ma non appena si entra nel vivo della vicenda, parte il divertimento e la parodia più matta che c’è. Il punto di forza in tutta questa confusione è l’assoluta demenzialità allucinogena e paradossale. Con frasi scurrili e gesti volgari il film celebra famose pellicole horror come L’esorcista o Rosemary’s Baby. James Franco è totalmente credibile e simpatico con la sua totale leggerezza e frivolezza. I momenti di tensione sono sempre accompagnati da battute e l’horror si perde nel folle giro della pellicola che si trasformerà in una storia quasi onirica e pazzesca.
Assoltamente imperdibile, originale ed esagerato per un finale cult.

****

giovedì 23 maggio 2013

Only God forgives- Solo Dio perdona

di Nicolas Winding Refn
con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Gordon Brown, Tom Burke, Sahajak Boonthanakit
Danimarca, Francia 2013



Dopo l’ottimo Drive, Refn ritorna con un dramma amletico che seppur ha qualche nota in comune con Drive (le inquadrature, la lentezza e le musiche) si differenzia per la storia e per il modo stesso di raccontare.
Bangkok. Julian gestisce un club di pugilato, in realtà copertura per il traffico di droga. Quando il fratello maggiore Billy violenta ed uccide una prostituta verrà chiamato un poliziotto che ha una personale visione della giustizia. Un angelo della Vendetta che si chiama Chang. Farà uccidere Billy ed inizierà così un vortice di sangue tra la madre di Billy, Crystal, una eccezionale Kristin Scott Thomas,  che ha come unico obiettivo quello di vendicare il figlio maggiore nonostante il suo delitto, il poliziotto e Julien. Refn gira questo film in Thailandia ripercorrendo i temi asiatici del combattimento. Qui sangue, violenza, tortura, vendetta si consumano in un crescendo dai ritmi forti, ma sempre molto intimo e personale. Non è semplicemente la violenza esteriore quella descritta, ossia morti ammazzati, corpi torturati e sangue, ma quella interiore, quella che ti rimane più radicata. Quella di Julian, che vive un rapporto conflittuale con la madre, una donna matrona, volgare, primo membro della sua famiglia criminale che mette in competizione i due fratelli. Un complesso edipico, ancora da sciogliere che Julien vive nella sua mente, nel suo cuore senza mai proferire una parola ma accettando i limiti di un rapporto malato. Julian, taciturno, trasmette conflittualità, una rabbia implosa, verso una madre che non ha alcuno slancio, disgraziata e bloccata nella sua banalità, ma dentro Julian urla. I suoi pugni serrati, le sue mani che si sporcano di sangue, il non riuscire a stare con una donna, la voglia di ritornare nel ventre materno per ripartire da zero, fino alla scena finale, simbolicamente perfetta.
Chang, angelo della Morte e della Vendetta, rappresenta Dio, colui che può decidere sulla vita e sulla morte degli uomini, colui che vendica una prostituta perché è così che deve andare. Lui, esperto torturatore e ottimo combattente, non ha paura, affronta i peccatori e si macchia egli stesso di delitti perché è necessario. Solo Dio perdona, perché gli uomini non riescono a farlo.
Un film complesso, a tratti forse anche confuso, che fa giri strani, allontanandosi talvolta dal significato, ma che lo sottintende e lo ritrovi in una scena, un simbolo. Non è una storia raccontata, ma è una storia immaginata, vista per sequenze, contorta, ma efficace.
Le inquadrature sono degne di Refn: compiute per ricostruire i drammi interiori, claustrofobiche in ogni momento, esteticamente potenti dove il colore predominante è il rosso, fiammeggiante, opaco come il fuoco, come il sangue, il rosso della rabbia, della paura e della vendetta. Dedicato in chiusura a Jodorowsky, sembra più una spiegazione che una dedica, per le immagini surrealiste, introspettive e visionarie che Refn ci regala per raccontare le tragedie dell’anima.
Insomma un film da rivedere, da riconsiderare per la sua forza simbolica e poco narrativa, ma dirompente come solo la violenza riesce a fare.

***






Pubblicato su: Cinema4stelle

martedì 14 maggio 2013

Amaro amore

di Francesco Henderson Pepe
con Ángela Molina, Yorgo Voyagis, Malik Zidi, Lavinia Longhi, Francesco Casisa, Aylin Prandi, Piero Nicosia, Maylin Aguirre
Italia 
2010 (uscita 2013)





André e Camille, fratello e sorella sono due giovani francesi che decidono di trascorrere le loro vacanze estive a Salina, magnifica isola delle Eolie, dove la loro madre precedentemente aveva vissuto. Durante il loro soggiorno conoscono Santino, altro ragazzo del posto che vive e lavora di ciò che l’isola riesce ad offrire. Tra i tre inizia un rapporto particolare e profondo che li porterà a nuove scoperte interiori, ad analisi personali e intime.
Protagonista di quest’opera prima di Francesco Henderson Pepe, è senza dubbio Salina, sua terra adottiva e immagine dell’anima dei protagonisti. Salina, coi suoi racconti, le sue leggende, i suoi fantasmi e le dicerie che caratterizzano i luoghi piccoli e legati alle tradizioni. Santino è il tipico abitante del suo posto e ne vive tutte le sfaccettature: maschilista, chiuso, legato al padre morto e ne ricrea l’immagine impedendo alla madre di rifarsi una vita. Non accetta l’altro, il diverso perché in fondo non accetta se stesso. L’incontro però con i due giovani ragazzi francesi significa l’urto con un modo nuovo di vedere le cose, con un’apertura mentale, fisica e morale che non gli appartengono, mettendo a nudo la sua interiorità e con conseguenze non solo su sé, ma sull’isola stessa. Dunque un viaggio interiore di scoperta dei tre ragazzi, così diversi tra di loro, che li farà approdare al mondo degli adulti non senza lasciare cicatrici.
Amaro amore è un film sull’amore, verso se stessi, verso la propria terra, verso gli altri. Ma è un amore dai tratti amari e acidi perché spesso i sentimenti non sono così puri. E’ però un film che per quanto pone chiare le proprie tematiche, non riesce a scavare dentro i personaggi con vere analisi psicologiche. Sembra fermarsi in superficie senza andare oltre, ma rimanendo ad un livello esterno senza riuscire a conquistare lo spettatore che per certi momenti neanche capisce alcune pretese. Per esempio si manterrà il mistero su un segreto fino agli ultimi minuti del film quando lo spettatore è quasi stanco di non vederci chiaro e ormai ha intuito da sé, sfinito, il senso del mistero. E’ un film che non scavando all’interno non arriva da nessuna parte anche perché si gioca tutto sul terreno del ‘non-detto’. Non basta però l’intuizione, i dialoghi sono scevri di profondità e i personaggi poco intensi. Bellissime sicuramente le immagini paesaggistiche dell’isola, dove mare, terra e cielo si incontrano in un punto meraviglioso, ma non basta.

1,5/5

giovedì 9 maggio 2013

Anna Karenina

di Joe Wright
con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Taylor-Johnson, Kelly Macdonald, Matthew Macfadyen
Gran Bretagna 2012




Inizio premettendo di non aver letto questo libro di Lev Tolstoj (anche se fa parte di una lista che sospetto non basterà mai questa vita per finirla), ma credo che un po' tutti conosciamo, anche per 'sentito dire', la storia di Anna Karenina. Per chi invece non la conoscesse credo che i film servano anche ad insegnare e a far conoscere qualcosa che per tempo, pigrizia o gusti diversi non conosciamo. Soprattutto quando si parla di classici mondiali. E Tolstoj fa parte di questa cerchia per me ristretta e particolarissima.
Joe Wright è riuscito a mettere in scena un libro per nulla semplice, sia per questione di tempo perché trasporre in pellicola un libro di 1200 pagine non è cosa facile, sia per i turbamenti interiori di Anna, donna difficile e complessa, la cui interiorità è difficile da trasmettere. In più vi è tutto un mondo, quello russo dell'Ottocento, controverso, particolare intorno al quale ruotano vari personaggi e varie psicologie.
Ciò che amo degli autori russi è proprio questo: tutta la mole interiore, sociologica, sociale, religiosa, umana che riescono a intrecciare con vicende personali e apparentemente semplici.
Wright, secondo me, ha fatto di più: consapevole della difficoltà strutturale del classico in oggetto, ha deciso di mettere in bella vista le problematiche alle quali andava incontro e ne ha fatto la sua forza. Tutta la teatralità inscenata come se stessimo assistendo ad uno spettacolo in teatro è brillante, così come gli espedienti utilizzati per cambiare ogni volta scena e per mettere in evidenza il tempo che trascorreva. Il modo spazio temporale in cui si muovono i personaggi, i loro gesti, la loro eleganza sono impeccabili. La forma è espressa alla sua massima potenza, una forma che intrecciandosi con la sostanza (che sembra esserne penalizzata, ma che invece esplode più vigorosa che mai) fa venire fuori tutti gli affanni di un cuore infelice e buio, di una donna che sceglie, libera e sola in una società che la condanna. E tutti i suoi stati d'animo, ma non solo i suoi, sono messi in scena attraverso gli oggetti, i colori e i suoni, non solo spiegati da Anna/Keira. Sono rimasta completamente catturata e strabiliata da così tanta consapevolezza cinematoriale del regista. Un film di classe, girato con gusto, spettacolare e paralizzante soprattutto per la sua sfera estetica.
Mi duole dirlo, ma una nota stonata però l'ho percepita per tutta la durata del film: Keira Knightley. Non so, sembrava di vederla ancora in A dangerous Method o semplicemente non posso ancora riprendermi dalla sua interpretazione nel film di Cronenberg, non me ne vogliate. Cioè sicuramente impeccabile e bellissima, ma qualcosa non me l'ha fatta amare completamente, a differenza di un Jude Law nuovo in un ruolo glaciale e vigoroso. Sarà quel modo di fare la disperata con la mascella serrata, ma in quelle scene non l'ho trovata particolarmente intensa come volevo. Ma è solo una piccola annotazione alla fine superabile nel suo complesso. Nota di grande merito invece a Dario Marianelli, apprezzato compositore italiano e perfetto nelle musiche che accompagnano mirabilmente lo scorrere delle vicende narrate.

****

mercoledì 8 maggio 2013

20 anni di meno

di David Moreau
con Virginie Efira, Pierre Niney, Giles Cohen, Amélie Glenn, Charles Berling
Francia, 2013



Prendete una normale commedia americana, di quelle romantiche e leggere con il suo inizio, svolgimento con annesso malinteso, soluzione del dilemma e fine, impegnateci due attori francesi belli e promettenti (soprattutto lui con i suoi occhioni da cerbiatto), fate ambientare la dolce storia a Parigi, città perfetta per certe storie romantiche e voilà: eccovi ‘20 anni di meno’.
David Moreau per il suo primo film decide di dedicarsi ad una commedia divertente e fresca che ha però tutti i temi del già visto. Alice, quarantenne in carriera, separata e con una figlia, donna rigida e poco incline al divertimento incontra Balthazar, ventenne studente di architettura bello, impacciato e tenero, in un volo che dal Brasile li porta a Parigi. I due iniziano una relazione, anche se Alice lo fa semplicemente per risultare più ‘ribelle’ (nome della rivista di moda per la quale lavora) agli occhi del suo capo ed ottenere così una promozione. Da qui il fraintendimento con l’inganno, poi il disvelarsi dell’intreccio, la rabbia di lui fino ad arrivare ad un finale scontato e per nulla particolare anche se carino e dolce. Dunque sono presenti tutti gli ingredienti di una commedia d’amore già più volte vista, il tema dell’amore tra una donna di vent’anni più grande, il tanto ormai osannato toy boy che va sempre più di moda, il tentativo di ribaltare pregiudizi e incoerenze sociali, ma anche il mondo glamour che viene fuori perché Alice lavora in una rivista di moda e alle volte sembra di vedere Il diavolo veste Prada per certe scene e situazioni.
Il tutto però girato ‘alla francese’, elegante, delicato e raffinato, con qualche momento ilare di battute simpatiche, in un film che non decolla mai che si lascia guardare con divertimento e spensieratezza senza pretesa alcuna. Sono presenti inoltre i soliti cliché femminili, come Alice inacidita perché single, come la sorella di lei che vuole per forza accasarla o i pregiudizi di colleghi invidiosi e meschini. Parigi, incantevole e unica nota nuova in tutto il contesto, è protagonista indiscussa perché rappresenta quel modo di vivere diverso e più europeo rispetto ad altre simili pellicole: le mostre d’arte, i giri in motorino lungo la Senna, le panchine dove ascoltare un ipod.
Insomma un film piacevole, simpatico senza particolare complessità o analisi interiore che si lascia guardare in questo inizio d’estate.

**




giovedì 4 aprile 2013

Open


Le autobiografie sono pezzi di vita immortalati per sempre su carta che portano i lettori appassionati non solo a percorrere la storia di vite straordinarie, ma a fermarsi e a rivedere la propria vita e a porsi delle domande su se stessi. Terapeutico. Ed è quello che capita con la biografia di Agassi, intitolata Open. Coinvolgente, stupefacente e incredibile. Apparentemente la vita di Andrè potrebbe essere riassunta come un'esistenza privilegiata, fatta di sport sudore soldi e successo. Non è così.
Sin dalle prime pagine Agassi si scava dentro, raccontando del padre, un uomo che conosce un solo modo di amare il figlio: costringerlo, con violenza fisica e soprattutto psicologica, a fare tennis. Sarà costretto ad allenarsi tutti i santi giorni con il "drago", speciale sputapalle costruito dal padre stesso e a sottoporsi ad ore e ore di estenuante allenamento senza via d'uscita. Andrè non vorrebbe giocare a tennis, anzi odia farlo, ma per lui è stata scelta questa strada e per tutta la sua vita dovrà fare i conti con un qualcosa che non sopporta, ma che tuttavia e nonostante tutto farà e lo farà da numero uno.
Il tennista passa in rassegna tutti i momenti più importanti della sua vita come sportivo, ma anche come uomo. Tutte le sue riflessioni dietro ogni match, le sue paure, i suoi fantasmi, le ansie, i bisogni. Andrè ha sempre una costante necessità dei suoi amici, delle persone alle quali vuole bene e che devono essere lì a sostenerlo, come uno sportivo viziato o solo come un uomo affranto dall'oscurità.
Molti sono stati i momenti in cui Andrè era dato per spacciato, di avere chiuso con una carriera galoppante e a tratti insicura, tutto questo perché dietro la racchetta si nascondeva in realtà un Andrè ancora bambino, alla ricerca di se stesso, del proprio io, che aspettava di formarsi e non di tras-formarsi. Sono questi i libri che si divorano perché raccontano vita vera, perché leggi cosa si nasconde dietro ad esistenze che siamo pronti a giudicare con due stupide e superficiali frasi, ma non è sempre tutto come appare.
Mi annoiano le vite lineari, precise ed ordinarie senza segni di cedimento. Su queste non c'è nulla da raccontare e ancor più da ascoltare. Mi piacciono le vite come quelle di Agassi fatte di trappole, di paure, di disturbi e turbe psicologiche, di errori, di cadute a volte profondissime, ma che con fatica e rabbia si rialzano fino ad arrivare ad inaspettati trionfi. Perché al di là delle indiscutibili vittorie sportive di Andrè, ciò che interessa è l'uomo che combatte con i propri fantasmi, che alle volte per paura decide di perdere un match, perché si arrende. Come capita a tutti, uomini normali e senza guai. Come capita a noi. Come capita troppo spesso a me. Andrè ha deciso di continuare a fare tennis nonostante il suo odio verso questo sport, perché tanti in fondo fanno un lavoro che non piace, decidendo di diventare il numero uno e di giocare fino all'ultimo respiro.

5/5

giovedì 28 marzo 2013

Bianca come il latte, rossa come il sangue

di Giacomo Campiotti
con Filippo Scicchitano, Luca Argentero, Gaia Weiss, Aurora Ruffino
Italia 2013



Leo ha sedici anni e ama Beatrice, una ragazza dai lucenti capelli rossi. Va a scuola, alla quale è interessato ben poco e ha due amici fedeli e importanti: Niko e Silvia, che sono il suo universo chiarificatore e dove ritrova la pace. Dopo tanti maldestri tentativi finalmente conoscerà Beatrice, ma presto dovrà fare i conti con la malattia di lei che lo porterà a vedere le cose da un punto di vista più profondo ed insolito. Deciderà di starle accanto, di crederci, di avere speranza e fiducia nel fututo cercando di alleviare le di lei sofferenze e tristezze.Nel frattempo sarà il nuovo professore di italiano a prenderlo dolcemente per mano e condurlo a nuove riflessioni e consapevolezze. 

Fra una partita di calcetto e una bicicletta malandata, tra musiche prepotenti (colonna sonora dei Modà) e genitori preoccupati, tra lezioni di Dante e tiri di boxe inaspettati, Giacomo Campiotti firma una pellicola di formazione che farà breccia in tutti i teenager che se ne accosteranno. Bianca come il latte rossa come il sangue è la trasposizione cinematografica di un ormai best seller tradotto in venti lingue scritto dal professore di origini palermitane Alessandro D’Avenia. E si percepisce che dietro il film ci sia l’ossatura robusta di un libro. Non pensate a Moccia o altri, questo è un libro e un film diverso. Per certi aspetti più intenso, sicuramente più curato. D’Avenia sa di ciò che parla, si addentra nel mondo degli adolescenti per capirli, aiutarli e farne venire fuori una profondità spesso non riconosciuta. Le tematiche affrontate sono tante e questo potrebbe sembrare un limite, in realtà il regista riesce a dare un giusto equilibrio a tutta la storia. 

Leo vive, come tutti gli adolescenti, le proprie emozioni passionalmente, senza limiti ed estremizzando ogni emozione. Ama Beatrice e non vede altro. La scuola va male, le argomentazioni trattate sono troppo lontane dai suoi problemi. Ama il rosso ed odia il bianco, Leo non conosce sfumature. Quando però il sangue di Beatrice si ammala diventando da rosso sempre più bianco, si ritrova in un vortice di collera e disperazione e dovrà riflettere sulla malattia, la morte, l’amore, la perdita. E lo affronta come qualsiasi 16enne farebbe: con rabbia. Nel frattempo dall’altro lato c’è una sedicenne che deve affrontare la malattia e la paura della morte, allora si affida a Dio perché “ha nostalgia di Dio, di come credevo in lui da bambina”.  Ecco dunque anche il tema della religiosità e successivamente quello della solidarietà attraverso il tema del trapianto (in questo caso del midollo) e della possibilità reale e concreta di aiutare qualcuno. 

Leo si ribella, ha paura, ma sarà un momento necessario di crescita e di rivoluzione interiore perché crescere significa misurarsi col mondo. Un film dunque interessante e importante per far riflettere i più giovani e far capire qualcosa in più dei ragazzi ai meno giovani.

3/5

Pubblicato su: Cinema4stelle

Un tributo a Luca Argentero (il prof. del film) credo sia doveroso XD


domenica 17 marzo 2013

Viva la libertà

di Roberto Andò
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto
Italia, 2013


Non è mai facile parlare di politica perché si rischia sempre di toccare gli interessi che riguardano una fetta troppo ampia di uomini. Non lo è perché si può entrare in un discorso senza fine e compromettere la struttura del film.
Viva la libertà non solo parla di politica, ma ne parla con una leggerezza e un'ironia compiuta. E parla non solo di una politica arruffona e disordinata, ma anche di una società stanca e ormai priva di forze. E tutto ciò non fa altro che ricordare l'attuale situazione italiana. Non a caso.
Enrico Oliveri (Toni Servillo) è il segretario leader del partiro di sinistra che dovrebbe fare opposizione, ma che in realtà è anch'egli cospiratore e invischiato nel sistema corrotto italiano. Il popolo stanco, però, probabilmente non gli darà più alcuna fiducia. Decide di sparire rifugiandosi in Francia da una vecchia fiamma. Il suo braccio destro Andrea Bottino (un notevole Valerio Mastandrea) va in totale panico, non sa come gestire questa fuga e decide di chiedere al fratello gemello di Oliveri, Giovanni (interpretato sempre dal magistrale e sempre perfetto Toni Servillo), ex professore di filosofia, di sostituire il fratello 'latitante'. Giovanni, però, è molto diverso da Enrico non solo perché è da poco uscito dal manicomio, ma perché possiede quelle qualità che Enrico non ha: la vivacità, l'estrosità, la dolcezza e la sagacità, l'ironia e la cultura. Così Giovanni, all'insaputa di tutti, inizierà un percorso di ripresa di fiducia non solo del proprio team, ma dell'Italia intera. E lo fa con risposte importanti, citando filosofi e cultori, tra una poesia di Brecht e un giro di valzer.
I richiami a un'attuale situazione italiana ci sono tutti. Ed è interessanti rifletterci sopra e capire a chi Roberto Andò forse potrebbe riferirsi. Enrico è in fuga, un po' per trovare se stesso, un po' perché stanco di inutili tentativi di riuscita e molla tutto: lavoro, casa, moglie. Enrico è invece una sorta di matto, un uomo dalle maniere stravaganti, ma travolgente e dalle buone intenzioni, uno che parte dai meno fortunati per riempire i cuori di grandi speranze. L'interpretazioni di Toni Servillo (che stavolta interpreta due ruoli, uno opposto all'altro, entrambi convincenti e meravigliosi) è impeccabile. I suoi monologhi sono intrisi di profondità stilistica e intensità narrativa. Servillo è uno dei nostri vanti italiani per recitazione e regia teatrale e ogni film dove prende parte è sempre uno spettacolo unico.
Ne viene fuori una commedia simpatica e ilare perché nonostante la serietà dell'argomentazione il regista riesce, attraverso attori che si prestano benissimo, a strappare numerose riflessioni attraverso la risata (tipica forse della formazione teatrale di Andò). Usa uno degli espedienti tipici del teatro latino, ossia lo scambio di persona e il tema del doppio, dove l'uno sembra l'opposto dell'altro (il bene e il male), per spiegare in modo leggero (e per leggero si intende con perspicace ironia) la politica del cuore, ossia una politica fatta di buoni sentimenti perché "L'unica alleanza possibile è con la coscienza della gente". Passionale, lucido, controcorrente, Giovanni è una figura diversa, ma positiva. Ciò che serviva per un nuovo inizio.
Un film dunque sorprendente dal finale ambivalente e antinomicamente completo.

****



venerdì 1 marzo 2013

Noi siamo infinito

di Stephen Chbosky
con Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller
Usa 2012



Ci sono film speciali, così teneri da tenderti la mano. Così inaspettatamente profondi che proprio non te l'aspettavi. Così delicati da rimanerne felicemente sorpreso. Capita guardando Noi siamo infinito, un film sull'adolescenza, sulle sue tragicità e sui suoi romanticismi che esistono solo in quell'età che Sertillanges amava definire "la stagione del cuore" perché qualsiasi cosa si faccia o si pensi è solo una questione di pancia. 
Noi siamo infinito è un film tratto dal famosissimo libro "The Perks of Being a Wallflower" (Ragazzo da parete), romanzo cult del 1999 firmato Stephen Chbosky. Ed è egli stesso a distanza di tredici anni a girarne il film. Una scommessa vinta senza discussioni, grazie alla stessa sensibilità che non solo riuscì a mettere nel libro, ma che ritroviamo nello stesso film.
Charlie Kelmeckis è un ragazzo che da poco ha iniziato il liceo, introverso e amante della lettura. Vive due tragedie personali che lo portano a rintanarsi in un mondo tutto suo, fatto di paure, fantasmi e allucinazioni. E' un giovane sensibile ed impaurito, ma che non ha voglia di arrendersi. Impersonato da un vigoroso Logan Lerman. Incontrerà Patrick e Sam, iscritti all'ultimo anno del liceo che vivono anche loro i propri drammi e paure, privi dei classici paletti che impongono quali amicizie farsi o non farsi al liceo.  Patrick è gay e appare tranquillo e incurante degli sguardi altrui. Interpretato da un Ezra Miller meravigliosamente perfetto nella parte più intensa di tutta la pellicola perché nonostante sia il più divertente riesce a trasmettere il dramma interiore della diversità. Bellissima la sua interpretazione nel The Rocky Horror Picture Show. Sam è una ragazza tormentata e triste ma perfettamente cosciente. E qui troviamo una Emma Watzon, liberatasi dai panni di Hermione per poter finalmente esprimere la propria particolare bellezza e bravura. Sono due ragazzi naturali, genuini, anche ingenui che intraprenderanno un'amicizia sincera con Charlie.
Muovendosi leggeri e acuti danno vita a un film che è un tocco per corpo e anima. Tutto parla, dalla musica, che viaggia perfetta dagli Smiths a Bowie fino alle opere letterarie citate che sono un classico dell'adolescenza. Le prime esperienze, le paure di non farcela, il dramma dell'abbandono, i primi baci, le musicassette regalate dopo una notte intera passata a scegliere cosa inciderci, i primi balli, le letture impegnative.
 Noi siamo infinito è un gioiellino da consigliare e di cui goderne perché ha quel tocco vintage che ricorda gli anni Ottanta e Novanta e si muove con la leggerezza del racconto che deriva da un libro. E' una pellicola sull'amicizia, su come tre anime si incontrino e intensamente come se si ritrovassero per non lasciarsi mai. Anche se poi la vita li potrebbe portare a dividersi. E' una film sull'amore, sui suoi limiti e sul timore di amare, di esporsi, di ammettere ciò che si prova perché spesso "Accettiamo l'amore che pensiamo di meritare". L'adolescenza: la paura e la voglia di diventare adulti, un'età in cui tutto è un mistero, il futuro è una meravigliosa domanda, le aspettative sono tante e pensi che sì, tu puoi farcela e cambiare il mondo. Ma è bella la consapevolezza dell'Esserci, quel momento in cui ti fermi e pensi "Sono Qui ed Ora", nonostante tutto e tutti, nonostante le angosce e le tragedie personali. Ed è proprio in quel momento che penserai di essere infinito. 

****





domenica 24 febbraio 2013

Django Unchained

di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington
Usa, 2013



Finalmente anche io ho visto Django. Capita di tralasciare qualche film, ma questo l'ho volutamente rimandato perché si era creato un vortice modaiolo che mi faceva prurito alla pelle per cui ho deciso di vederlo quando le acque si fossero calmate. Così finalmente ieri l'ho visto ed è stato come ritrovare un amico: il buon vecchio Quentin nella sua forma più brillante! 160 minuti di puro divertimento per gli occhi, per la mente, per le orecchie.
La storia è meravigliosamente perfetta, di quelle che piacciono a me tra amori, amicizia e vendetta. Gli attori sono magistrali e in questo si contraddistingue Christoph Waltz (mi sa che deve vincere l'Oscar!) per la sua gigioneria. I dialoghi mirati, originali e spassosi.
Se in Bastardi senza gloria aveva analizzato l'odio tra nazisti ed ebrei, ora porta in scena quello tra bianchi e neri e lo fa sempre nel suo modo più consueto tra morti, uccisioni, sangue e violenza. Ma non solo questo perché Django porta avanti anche il tema dell'amicizia, grazie all'incontro col Dottor Schultz e dell'amore per la propria donna. Un western a tutti gli effetti dunque per tutto ciò ma anche per certe inquadrature che ricordano senza indugio i film di Sergio Leone e le uscite dai saloon di Clint Eastwood. E la musica poi. Perfetta in ogni scena, per me essenziale in questo film maturo e consapevole. Tarantino sa fare cinema e si diverte a farlo perché oltre a far divertire noi, si percepisce la sua compiacenza. E a noi va benissimo.
Django è un nero cazzuto, intelligente e dallo sguardo gelido che in compagnia del Dottor Schulz dalla lingua sciolta e forbita cercherà di riportare ordine e vendetta. Di Caprio che interpreta Calvin Candie, un ricco e crudele latifondista del Mississipi è bravissimo e perfetto nel ruolo, ma non mi ha colpito particolarmente.
A questo punto non capisco chi ha criticato questo film per eccessiva violenza (mi hanno detto che qualcuno è andato via dal cinema perché non  ce la faceva più! WTF?). Non mi pare che ad oggi Tarantino abbia girato Orgoglio e Pregiudizio (nulla togliendo al film che amo) e poi non vedo questo eccesso di violenza, a parte la scena canina dove in fondo poi non si vede molto. Il cinema di Tarantino è pulp e splatter e come tale deve contenerne degli elementi. E a noi piace così.
Non so come andranno stanotte le cose durante la Notte degli Oscar e non posso neanche esprimermi avendo visto ad oggi solo poco più di metà pellicole in concorso. So solo che di questa metà io tiferò Django Unchained di Quentin Tarantino. Perché adesso Django è Senza Catene.

****





lunedì 21 gennaio 2013

Frankenweenie

di Tim Burton
Usa, 2012

Che Tim Burton fosse un creativo di alti livello questo già si sapeva. Che negli ultimi anni si fosse un tantino abbacchiato producendo film (2: Alice in Wonderland e Dark Shadow) più bassi del suo livello (comunque opere sempre rispettabilissime) lo hanno pensato in tanti.
Nel 2013 ritorna, ma non è solo il ritorno di un regista solito a sfornare film una volta l'anno o ogni due. Stavolta è un ritorno alle Origini. Con la O maiuscola. Dove per Origine si intende un ritorno al più classico e intenso cinema di autore firmato Burton. Vuoi che la storia in questione la covasse da anni, vuoi che ne abbia fatto un corto nel 1984, fatto sta che Frankenweenie è un film che ti ricorda il Burton vecchia maniera. Creato con la tecnica dello stop-motion è un film delicato e dolce sull'amicizia tra Victor e il suo cane amico Sparky, tanto che quando quest'ultimo muore Victor farà di tutto per riportarlo in vita.
Un film bello dal punto di vista estetico: in bianco e nero con le classiche ambientazioni gotiche e 'horror' di Burton. Personaggi semplici, ma che nella loro naturalezza appaiono unici per i contorni e le caratteristiche. Spigolosi, longilinei, occhiuti, ogni personaggio è un'opera di disegno esclusiva. Come l'insegnante di scienze, allampanato, alto, ridondante, che non teme confronto, con dita lunghe e sguardo imponente; come la compagna di classe di Victor fissata coi cimiteri e con gli occhi infossati come il suo gatto che fa sogni premonitori. Insomma ognuno dei protagonisti presenti ha qualcosa da raccontare anche solo con un gesto. La storia è semplice, ma di quelle che tengono fermi allo schermo e ciò che più ami è l'atmosfera gotica, intensa grazie alle luci, all'effetto che ti lascia quando ci ripensi e la rivedi come la migliore delle favole possibili.
L'estetica di Burton è ciò che incanta, perché unica nel suo genere. Così dark, così vera, così viva che ci si dimentica di star vedendo un cartone per ritrovarti con la fantasia in quei luoghi lugubri e tetri, ma pieni d'amore. Sì perché questo è un film sull'amore, totale, disinteressato e commovente. Burton ritorna bambino, non dimenticando i luoghi dell'anima, quelli nei quali vive e vivrà per sempre lo Sparky di ognuno di noi.

*****
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...