martedì 22 ottobre 2013

Breaking Bad 1° e 2° stagione


Arrivo con enorme ritardo, ma presa più che mai per quella che è per me la serie tv rivelazione di quest'anno. Era da un po' nella mia (luuuuunga) lista di serietv da guardare assolutamente e non mi sono sbagliata. Avevo letto in giro un gran bene, ma dopo le eccitazioni varie dell'ultimo episodio della quinta stagione (di cui non so nulla e voglio rimanere nell'oscurità) mi sono decisa. In meno di 15 giorni ho visto le prime due e non posso aspettare ancora per le altre.
Una serie tv assolutamente geniale, perfetta e credo che il meglio debba ancora venire.

La prima stagione è stata rivelativa, di spiegazioni e puntando su solo 8 episodi ha presentato situazioni e personaggi: Walter White aka Heisenberg ha un cancro e pochi mesi di vita dinanzi a sé. Ha una moglie Skyler (vi prego, ditemi che il suo personaggio avrà una evoluzione perché è di un palloso cosmico) incinta della secondogenita e un figlio con problemi motori che lo obbligano all'uso delle stampelle. Walter è un modesto professore di chimica in un liceo locale, ma in realtà possiede capacità e qualità per fare qualsiasi altro lavoro più retribuito e sofisticato (in America i professori sono laureati di serie b, in Italia se vuoi insegnare meglio se ti ammazzi - scusate lo sfogo/frustrazione personale).
Dinanzi a questa situazione, dunque, cosa fare? Se sai che a breve morirai e la tua famiglia si troverà in un sacco di problemi economici in più devi pagarti le cure, in più sei un genio in chimica e che potresti fare un mucchio di soldi?? Che fai?? Ovvio, ti metti a 'cucinare' metanfetamine con un tuo ex studente, ora professionista (?) spacciatore. Ma non droghette di bassa lega, qui si parla di metanfetamine di elevata purezza. Da qui una serie di problemi più o meno grandi e tante bugie per coprire questa doppia vita.
La seconda stagione è un po' più di stallo, non accade nulla di sconvolgente, ma sembra proprio di preparazione alle successive che si prospettano micidiali.
Quello che sta venendo fuori è il passaggio di Walter a un lato oscuro, più cinico e cattivo, di un uomo ordinario che ha sempre vissuto una vita tranquilla, non facendo mai nulla sopra le righe che messo alle strette tira fuori il lato più nero di se stesso. Il tema del doppio, ancora solo accennato, è sempre stato di grande fascino e potrebbe svilupparsi molto bene perché gli elementi ci sono tutti. La domanda che mi pongo è se Walter a prescindere dalla malattia sarebbe prima o poi esploso. In questo caso ha un espediente, sta per morire e non ha nulla da perdere, ma ora che a fine seconda stagione pare stia guarendo, continuerà nel suo progetto? E se lo farà non vuol dire che in fondo quello che fa per lui è diventato un piacere? Quanto realmente questo lato di Walter era così oscuro e nascosto? Vedremo...

1° stagione: ****
2° stagione: ***






venerdì 20 settembre 2013

Child of God (Figlio di Dio)


Con l'arrivo nelle sale del film Child of God con alla regia James Franco ripreso dal libro del tanto amato Cormac McCarthy (Einaudi Editore), ho deciso di cimentarmi nella lettura prima della visione filmica.
Da queste parti McCarthy è un autore molto apprezzato e seguito. Scoperto grazie a The Road, ho proseguito con Non è un paese per vecchi, ma è con Cavalli selvaggi che ho definitivamente e indissolubilmente capito che quest'autore è uno di quelli che porterò per sempre nella mia vita.
Ho letto da qualche parte che  Figlio di Dio è ritenuto un libro minore nella bibliografia di McCarthy. Non credo proprio che sia così. Forse questo è il libro più duro, dall'impatto molto forte, privo di smancerie e sbavature. Difficilmente permeabile e di certo enigmatico.  Come alle volte è la vita.
Cormac è il narratore, voce descrittiva e lontana, lungi dal fare teorie o dall'esprimere giudizi. Non accusa né giudica. Narra, nel suo perfetto modo di raccontare. Descrive di Lester Ballard che vive in una piccola comunità nella Contea di Servier, Tennessee. Ballard è un povero diavolo, un animale randagio che vive di espedienti, rubando e uccidendo senza un apparente e razionale motivo. Ballard è un derelitto, inutile e negativo, ma Ballard è comunque un Figlio di Dio, come sin dalle prime pagine l'autore tiene a precisare:

"Sulla porta del granaio, un uomo guarda tutto ciò scaturire da un mattino bucolico e per il resto completamente muto. È piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient'altro che un figlio di Dio come voi, forse".

E' un parassita umano che sopravvive senza alcun aiuto, denigrato, allontanato ed emarginato. Girovaga tra i boschi, uccide e stupra i corpi delle donne esanime, sussurrandole parole che a nessuno è dato sapere. Vive come un animale, trascorre un intero e gelido inverno in una grotta, mangia ciò che trova, dorme su un materasso zuppo di neve. Pazzo e violento non conosce altro modo di vivere che questo, non sa amare se non praticando necrofilia. Nella sua follia, egli si prende anche cura delle sue vittime, in un modo infantile come se fossero giocattoli, curandole e a modo suo amandole. Tuttavia, nonostante il disgusto e la ripugnanza che si prova, occorre ricordare che è un figlio di Dio, come tutti. In fondo che differenza c'è tra lui e un padre che violenta le figlie o tra lui e i Cappucci Bianchi e i Bluebills (gruppi sanguinari che avevano colpito con la loro violenza quelle zone)? McCarthy non a caso descrive di altre vite che si dedicano, consapevolmente o no, al male. Lo fa per umanizzare Ballard, che altrimenti resterebbe solo un pazzo e freddo omicida. Al lettore non resta che farsi la propria idea.
Una scrittura asciutta, senza fronzoli o dispersioni, una perfetta analisi dell'animo umano, delle sue sfumature e dei suoi capricci oltre che le sempre suggestive descrizioni dei paesaggi intorno, quelle alle quali il buon vecchio McCarthy ha abituato ormai tutti i suoi lettori.
E' un libro profondo, con una prosa talmente raffinata che diviene imponente, un testo che rimane dentro e ti scava anche un po'. Forte e crudo, amaro e vero.
Alla fine te lo immagini Ballard che corre nei boschi indossando i vestiti da donna delle sue vittime, il rossetto rosso sulle labbra, il fucile in spalla, lui così smunto e cattivo. E quegli occhi rossi come il Diavolo.
Ballard è il Male, ma che cos'è poi il Bene?

venerdì 13 settembre 2013

Orange is the New Black

ideatore Jenji Kohan
con Taylor Schilling, Laura Prepon, Michael Harney, Michelle Hurst, Kate Mulgrew,Jason Biggs
Usa 2013


Ho ormai assodato l'idea che amo leggere libri circa criminali, tossici, ladri, pazzoidi che puntualmente marciscono in putride galere, che si danno alla fuga o che muoiono in modo disperato. Legato a questo filone ho capito che amo molto le serie tv (o film) che hanno come 'location' le galere (vedi anche Prison Break, Oz, e i vari film che circolano sull'argomento).
Quindi è ovvio che una serie tv che avesse come sinossi la storia di una donna che finisce in galere a scontare una pena fosse per me già motivo di entusiasmo. Ma Orange is the New Black si è rivelato qualcosa di molto più interessante. 

Ideato da Jenji Kohn (la stessa ideatrice di Weeds) Orange is the New Black è l'adattamento di un romanzo autobiografico di Piper Kerman Orange is The New Black: My Year in a Women's Prison.
La serie narra di Piper Chapman, una donna newyorchese bianca borghese prossima alle nozze con Larry che deve scontare 15 mesi al Lichfield, un carcere federale femminile, perché ha aiutato a trasportare del denaro derivante da traffici di droga per Alex Vause, sua ex fidanzata e anche lei ospite della stessa galera. 

Piper (Taylor Schilling) si presenta come un personaggio pulito e sincero, un po' vittima degli eventi col suo sguardo da coniglietto impaurito e sofferente verso una situazione più grande di lei. Ma Piper non è solo questo e lo si capisce subito dati i suoi trascorsi da aiuto-trafficante lesbica di droga. Alex viene percepita come la cattiva, ma se non fosse poi del tutto così? Nel carcere si susseguono le storie di tante donne le cui vicende vengono tratteggiate da vari flashback mai troppo lunghi o confusionari che ci danno informazioni sul passato e sul come siano finite in carcere. 

C'è Red, russa, che gestisce la cucina ed è una sorta di 'mamma-sentinella'; c'è Dasha che si innamora di una guardia, Bennett; c'è Nicky, ex tossica, lesbica dichiarata e che ha varie storie sessuali con altre ragazze; c'è Morello che è tutta presa dall'organizzare un matrimonio col suo fidanzato ma visto. Poi c'è Crazy Eyes,  che vuole Piper come sua moglie e così via verso storie particolari, la maggior parte tristi.
Ci sono il gruppo delle latine, quello delle Afro, quello delle bianche, tutte però donne che per un motivo o l'altro si ritrovano lì, dove forse è il miglior posto dove stare. Dove ci si da da fare, ci si ritrova con se stessi e ci si riscopre persone. Dove puoi veramente capire chi sei, vero Chapman?
Una comedy drama perché non vi è mai vero dramma, nonostante alcuni vissuti lo siano, ma il tutto è tracciato con ironia e sagacità. Una serie tutta al femminile, dove la peggior figura la fanno gli uomini, come Mendez 'Pornstache', lurida e insopportabile guardia che approfitta della sua posizione, ma il peggior dei peggiori sarà Healey, che cambierà faccia verso metà stagione con la sua guerra alle lesbiche. Larry è Jason Biggs che, ahimè per lui, interpreta sempre il cazzone di America Pie quindi nulla da aggiungere a un personaggio che già conosciamo.
Sesso, violenza, omofobia, paura, droga sono tutti temi che si fronteggiano e si analizzano. Dove ogni donna è vittima ma anche carnefice di condizioni umane che l'hanno portata a essere lì. Nulla da recriminare, solo riflettere e capire il perché. Dove ogni tanto si vede una luce, forse di speranza, ma mai con troppa illusione.

Insomma una serie variopinta e totalmente libera nel linguaggio e in alcune scene un po' spinte (non tantissimo dai) che ha di certo alcuni difetti ma che nelle tematiche e nei dialoghi (quelli delle afro sono i più caratteristici di tutti) non sembra affatto male. Molti temi sono già visti, qualcuno potrebbe dire. Vero, ma utilizzare certe idee e inserirle in un contesto femminile carcerario dove passa di tutto mi sembra una novità per niente male!

*****













Molto bella anche la colonna sonora in generale che passa da Nancy Cassidy, i Keane, i Supergrass.
Merita tanto anche la intro song:


martedì 3 settembre 2013

Little Boy Blue


Di questa estate porterò con me la bella sensazione della lettura di un gran libro letto con voracità ma con la giusta lentezza per apprezzarne stile e storia. Parlo di Little Boy Blue del buon vecchio caro fantastico bastardo (ecc.) Edward Bunker, divenuto ormai da tempo uno dei miei scrittori preferiti. Un libro pieno, intenso, perfetto. Non è una novità, penso, visto che nessun libro scritto da Eddie può considerarsi un 'esercizio di scrittura' o un libro inferiore rispetto ad un altro, ma tutti i suoi romanzi sono opere complete, intense e da leggere. Tutti i suoi libri sono letteratura pura.
Anche per Little Boy Blue ci troviamo dinanzi ad un romanzo crime, noir ma non solo. Bunker appartiene a più generi, creandone uno suo personalissimo e unico. La storia c'è, rapisce il lettore, lo catapulta nelle strade californiane tra inseguimenti, fughe, riflessioni, paranoie, paure e coraggio. Stavolta però dinanzi ai nostri occhi c'è un bambino, fin troppo piccolo, fin troppo scaltro. E se dapprima puoi provare un senso di tenerezza per la giovinezza strappata via e per un destino contrario e malsano, presto capirai che sei tu quello fesso, che non hai capito nulla, che Alex Hammond è un fottuto figlio di puttana che sa e vuole quello che fa. Lui ama il rischio, la sfida, non ha paura dei vari istituti in cui minacciano di rinchiuderlo. Se necessario, Alex uccide anche un uomo. All'inizio pensi che siano casi fortuiti e sfortune che girano a fargli andare tutto storto, ma in realtà Alex ha qualcosa dentro che gli fa compiere ciò che fa. E non servono psicologi e sentimentalisti per capire che Alex, a causa di mancanza di educazione e di una famiglia si trova così, senza nulla, senza casa, ma è anche un modo di essere, un nascere con qualcosa che dentro brucia. Forse Alex aveva solo bisogno di amare e di sentirsi amato. Deve lottare, fare a pugni col mondo solo per ritagliarsi un briciolo di tranquillità, magari guardando un tramonto, o una ragazza e allora ne sarà valsa la pensa scappare per ritrovarsi qui, ora, in un cinema di terza categoria.
Bunker è un fuoriclasse, usa la parola come un giocoliere un birillo, scrive con le unghie, raffinato e aggressivo, asciutto e introspettivo. E' un grande scrittore, ma soprattutto è un intenso conoscitore dell'animo umano, di quella parte più oscura di ognuno di noi.

5/5

Ciò nonostante, decise di scappare. Una fuga avrebbe anche significato la ricerca di qualcosa. Qualunque fosse questo 'qualcosa', non l'avrebbe mai trovato, se fosse rimasto chiuso dentro quelle mura. Fuori di lí, ogni nuovo giorno gli avrebbe offerto una nuova sfida e una nuova avventura. Tutto poteva succedere. Che andassero tutti a farsi fottere, se pensavano che si dava alla fuga semplicemente perché aveva paura.

Per Alex questa fu una rivelazione: non soltanto il fatto che Rogna avesse mentito, perché la menzogna è comune come la verità, in ogni circostanza. Alex ebbe la rivelazione che le persone, senza riflettere, si espongono con una parola, un gesto, un atteggiamento, un comportamento, e che gli angoli più nascosti dell'intimo di ciascuno si aprono involontariamente se si preme il bottone giusto. Non era una menzogna, nel senso proprio del termine; ma la visione che le persone avevano di se stessi, o delle cose, era talvolta più piacevole che vera, o sincera.

venerdì 5 luglio 2013

Facciamola finita

di Evan Goldberg, Seth Rogen
con James Franco, Jonah Hill, Seth Rogen, Emma Watson, Paul Rudd, Jason Segel, David Krumholtz, Michael Cera
Usa 2013
Uscita: 18 luglio 2013

Nato da un cortometraggio scritto da Evan Goldberg e Seth Roger, a distanza di sette anni, Facciamola Finita diviene un scoppiettante lungometraggio diretto sempre dagli stessi autori.
L’idea principale che percorre tutto il film è quella di ridicolizzare e mettere a nudo le celebrità hollywoodiane che interpretando se stessi e con una eccessiva caricatura mostrano la superficialità delle star americane.
Due amici, Seth Roger e Jay Baruchel, si recano alla mega festa che James Franco ha organizzato per inaugurare la sua fantastica villa. Durante il party scorgeremo molte personalità del panorama americano come Michael Cera, Emma Watson, Jason Segel, Rihanna, ecc. Tutti dediti a divertirsi tra fiumi di alcool e droghe di ogni specie. Durante la serata però qualcosa di molto strana accade e ciò che dapprima sembrava un semplice terremoto, si trasformerà in una sorta di invasione aliena, con luci blu cadenti dal cielo, fuoco e fiamme. Tutto ciò però non sarà altro che l’Apocalisse e i nostri attori si ritroveranno bloccati in casa di Franco mentre Los Angeles verrà letteralmente devastata e dovranno rivalutare il concetto di amicizia passando da una sorta di redenzione mistica.
Ilare, sarcastico e paradossale, Facciamola finita (perché non lasciare il titolo originale?) è un film demenziale ed esagerato. I protagonisti interpretando se stessi, in fondo muovono una critica a tutto il sistema hollywoodiano, spesso superficiale e baldanzoso. La loro caricatura (poi mica tanto) è di uomini stupidotti, superficiali e ignoranti. Bevono, fumano, dicono inutilità e non fanno altro che fare festa. Non appena si presentano delle difficoltà verrà fuori tutto il loro spirito di celebrità viziate ed incapaci di trovare soluzioni, convinti che “le persone famose sono le prime ad essere salvate”.
Il film all’inizio fatica a carburare a causa di scene noiose con dialoghi lunghi e senza senso, forse anche a causa del doppiaggio e della traduzione che perde dietro di sé sempre qualcosa, ma non appena si entra nel vivo della vicenda, parte il divertimento e la parodia più matta che c’è. Il punto di forza in tutta questa confusione è l’assoluta demenzialità allucinogena e paradossale. Con frasi scurrili e gesti volgari il film celebra famose pellicole horror come L’esorcista o Rosemary’s Baby. James Franco è totalmente credibile e simpatico con la sua totale leggerezza e frivolezza. I momenti di tensione sono sempre accompagnati da battute e l’horror si perde nel folle giro della pellicola che si trasformerà in una storia quasi onirica e pazzesca.
Assoltamente imperdibile, originale ed esagerato per un finale cult.

****

giovedì 23 maggio 2013

Only God forgives- Solo Dio perdona

di Nicolas Winding Refn
con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Gordon Brown, Tom Burke, Sahajak Boonthanakit
Danimarca, Francia 2013



Dopo l’ottimo Drive, Refn ritorna con un dramma amletico che seppur ha qualche nota in comune con Drive (le inquadrature, la lentezza e le musiche) si differenzia per la storia e per il modo stesso di raccontare.
Bangkok. Julian gestisce un club di pugilato, in realtà copertura per il traffico di droga. Quando il fratello maggiore Billy violenta ed uccide una prostituta verrà chiamato un poliziotto che ha una personale visione della giustizia. Un angelo della Vendetta che si chiama Chang. Farà uccidere Billy ed inizierà così un vortice di sangue tra la madre di Billy, Crystal, una eccezionale Kristin Scott Thomas,  che ha come unico obiettivo quello di vendicare il figlio maggiore nonostante il suo delitto, il poliziotto e Julien. Refn gira questo film in Thailandia ripercorrendo i temi asiatici del combattimento. Qui sangue, violenza, tortura, vendetta si consumano in un crescendo dai ritmi forti, ma sempre molto intimo e personale. Non è semplicemente la violenza esteriore quella descritta, ossia morti ammazzati, corpi torturati e sangue, ma quella interiore, quella che ti rimane più radicata. Quella di Julian, che vive un rapporto conflittuale con la madre, una donna matrona, volgare, primo membro della sua famiglia criminale che mette in competizione i due fratelli. Un complesso edipico, ancora da sciogliere che Julien vive nella sua mente, nel suo cuore senza mai proferire una parola ma accettando i limiti di un rapporto malato. Julian, taciturno, trasmette conflittualità, una rabbia implosa, verso una madre che non ha alcuno slancio, disgraziata e bloccata nella sua banalità, ma dentro Julian urla. I suoi pugni serrati, le sue mani che si sporcano di sangue, il non riuscire a stare con una donna, la voglia di ritornare nel ventre materno per ripartire da zero, fino alla scena finale, simbolicamente perfetta.
Chang, angelo della Morte e della Vendetta, rappresenta Dio, colui che può decidere sulla vita e sulla morte degli uomini, colui che vendica una prostituta perché è così che deve andare. Lui, esperto torturatore e ottimo combattente, non ha paura, affronta i peccatori e si macchia egli stesso di delitti perché è necessario. Solo Dio perdona, perché gli uomini non riescono a farlo.
Un film complesso, a tratti forse anche confuso, che fa giri strani, allontanandosi talvolta dal significato, ma che lo sottintende e lo ritrovi in una scena, un simbolo. Non è una storia raccontata, ma è una storia immaginata, vista per sequenze, contorta, ma efficace.
Le inquadrature sono degne di Refn: compiute per ricostruire i drammi interiori, claustrofobiche in ogni momento, esteticamente potenti dove il colore predominante è il rosso, fiammeggiante, opaco come il fuoco, come il sangue, il rosso della rabbia, della paura e della vendetta. Dedicato in chiusura a Jodorowsky, sembra più una spiegazione che una dedica, per le immagini surrealiste, introspettive e visionarie che Refn ci regala per raccontare le tragedie dell’anima.
Insomma un film da rivedere, da riconsiderare per la sua forza simbolica e poco narrativa, ma dirompente come solo la violenza riesce a fare.

***






Pubblicato su: Cinema4stelle

martedì 14 maggio 2013

Amaro amore

di Francesco Henderson Pepe
con Ángela Molina, Yorgo Voyagis, Malik Zidi, Lavinia Longhi, Francesco Casisa, Aylin Prandi, Piero Nicosia, Maylin Aguirre
Italia 
2010 (uscita 2013)





André e Camille, fratello e sorella sono due giovani francesi che decidono di trascorrere le loro vacanze estive a Salina, magnifica isola delle Eolie, dove la loro madre precedentemente aveva vissuto. Durante il loro soggiorno conoscono Santino, altro ragazzo del posto che vive e lavora di ciò che l’isola riesce ad offrire. Tra i tre inizia un rapporto particolare e profondo che li porterà a nuove scoperte interiori, ad analisi personali e intime.
Protagonista di quest’opera prima di Francesco Henderson Pepe, è senza dubbio Salina, sua terra adottiva e immagine dell’anima dei protagonisti. Salina, coi suoi racconti, le sue leggende, i suoi fantasmi e le dicerie che caratterizzano i luoghi piccoli e legati alle tradizioni. Santino è il tipico abitante del suo posto e ne vive tutte le sfaccettature: maschilista, chiuso, legato al padre morto e ne ricrea l’immagine impedendo alla madre di rifarsi una vita. Non accetta l’altro, il diverso perché in fondo non accetta se stesso. L’incontro però con i due giovani ragazzi francesi significa l’urto con un modo nuovo di vedere le cose, con un’apertura mentale, fisica e morale che non gli appartengono, mettendo a nudo la sua interiorità e con conseguenze non solo su sé, ma sull’isola stessa. Dunque un viaggio interiore di scoperta dei tre ragazzi, così diversi tra di loro, che li farà approdare al mondo degli adulti non senza lasciare cicatrici.
Amaro amore è un film sull’amore, verso se stessi, verso la propria terra, verso gli altri. Ma è un amore dai tratti amari e acidi perché spesso i sentimenti non sono così puri. E’ però un film che per quanto pone chiare le proprie tematiche, non riesce a scavare dentro i personaggi con vere analisi psicologiche. Sembra fermarsi in superficie senza andare oltre, ma rimanendo ad un livello esterno senza riuscire a conquistare lo spettatore che per certi momenti neanche capisce alcune pretese. Per esempio si manterrà il mistero su un segreto fino agli ultimi minuti del film quando lo spettatore è quasi stanco di non vederci chiaro e ormai ha intuito da sé, sfinito, il senso del mistero. E’ un film che non scavando all’interno non arriva da nessuna parte anche perché si gioca tutto sul terreno del ‘non-detto’. Non basta però l’intuizione, i dialoghi sono scevri di profondità e i personaggi poco intensi. Bellissime sicuramente le immagini paesaggistiche dell’isola, dove mare, terra e cielo si incontrano in un punto meraviglioso, ma non basta.

1,5/5
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