giovedì 17 maggio 2012

Quella casa nel bosco

di Drew Goddard
con Richard Jenkins, Bradley Whitford, Chris Hemsworth, Fran Kranz
Usa 2012


Ecco uno dei film più sorprendente degli ultimi tempi: quella casa nel bosco è un horror diverso e molto coinvolgente. Spiegare la trama significherebbe rovinare il gusto di chi si avvicina a questa pellicola. Come recita giustamente la tagline della locandina: "tu credi di conoscere la storia". Sì, perché inizia come il più tipico dei film horror: cinque ragazzi che decidono di andare a passare il week-end in una casa nel bosco. Ci sono tutti i personaggi tipici del genere: l'atleta muscoloso e virile, la bionda un po' oca, la secchiona che porta dietro libri, il tipo intellettuale e lo scemo della brigata. Una volta giunti nel bosco, però, dimenticate le solite prassi degli horror (almeno di quelli più scadenti), ma cercate di guardare 'oltre', ma anche 'sotto'. Non sono una consumatrice di film del genere, ma questo mi ha incuriosita e dico a ben ragione perché di estremamente spaventoso non vi è poi nulla, ma è una sorta di thriller ben strutturato. Geniale. E' anche un omaggio a vari personaggi dello scenario horror, che ritornano con chiaro rimando e con vari riferimenti. Parlare o tentare di spiegare questo film è cosa ardua perché si rischierebbe di fare del triste spoiler. E' un horror, thriller, con una spruzzata di comedy nera, che cerca di smontare le strutture tipiche dei film horror, rimontandole sul finale. Un film che parla di finzione nella finzione, un tantino splatter e caratterizzato da humor nero, cosa che lo rende ravvisabile come atmosfere e sensazioni a Scream. A dir la verità, un po' mi ha ricordato anche la serie tv (mini, di 5 puntate) dello scorso anno Dead Set e se l'avete vista capirete il perché. Per certi versi, tipo il dialogo o l'eta dei personaggi o il clima che si respira può apparire come un teen horror, tuttavia è il meccanismo che muove la pellicola che lascia lo spettatore disilluso ed incredulo. Irrealtà, doppiezza, finzione, insomma metafisica dell'horror.

****


sabato 12 maggio 2012

New Girl

Mentre voi dibattete sulla chiusura de Il Manifesto, io mi dispero per la fine (per questa stagione) di alcune serie tv tipo The Big Bang Theory (che ha chiuso un'altra stagione esilarante), Fringe, Criminal minds, I diari del Vampiro. Per fortuna sono iniziate The Killing e The Game of Thrones, nell'attesa di True Blood (più serie tv che recupero tipo Prison Break e Dexter, ma la lista è lunghissima).


Ma ciò su cui vorrei porre l'attenzione è New Girl. Terminata da poco, m'ha scaldato il cuore. Diciamolo: nella vita c'è bisogno di 20 minuti a settimana di questo tipo di sit-com, un po' stile Friends, Sex and The City o il formidabile The Big Bang Theory. New Girl è partita senza troppe pretese lo scorso gennaio ed è riuscita a ritagliarsi uno spazio grazie alla vitalità che la contraddistingue, rafforzandosi episodio dopo episodio, difatti la seconda metà della stagione ha fatto faville. Fresco, simpatico, leggero, ironico, racconta di Jess, una particolare maestra, che dopo aver rotto col suo fidanzato, va a vivere con tre ragazzi, portando scompiglio e risate. Zooey Deschanel, bellissima, con uno stile anni '60 impeccabile ed invidiabile, è Jess ed è una ragazza frizzante e dai modi garbati, ma egocentrici, solare e con un modo di fare non molto normale. Con le sue strane manie ne combinerà di tutti i colori, finendo sempre per fare figuracce pessime. Stringerà una leale amicizia coi coinquilini Nick, Schmidt e Winston.
Puntata dopo puntata verranno fuori i vizi e le virtù di questi nuovi trentenni con le loro situazioni tragico-sentimentali, i loro problemi nel trovare o mantenersi un lavoro, la vita in casa insieme, il sesso. Schmidt è sicuramente il più strano e la vera macchietta dello show, con la sua mania della perfezione fisica e la convinzione di essere un play boy. Nick è un barista che ha lasciato giurisprudenza senza ancora sapere bene perché ed è alla ricerca del suo posto nel mondo. Winston, ex atleta, cerca lavoro e si svilupperà bene verso la metà della serie. Poi c'è Cece, modella e amica di Jess che porterà parecchio scompiglio ormonale. I cinque presto si affezioneranno e daranno vita a una simpatica convivenza. New girl è esilarante e tutto da gustare.

****

Ps: a parte la mia triste battuta iniziale, se Il Manifesto chiude si dà un altro brutto strattone alla libertà di stampa e di opinione nel nostro Paese. E sarà l'ennesima sconfitta.



Let's be honest, Schmidt is the show.



giovedì 10 maggio 2012

Chronicle

di Josh Trank
con Dane DeHaan, Alex Russell, Michael B. Jordan
Gran Bretagna, Usa
2012


Non bastano dei super poteri per fare dei super eroi. E questo l'avevamo inteso già grazie a Misfits, dove un gruppo di giovani non solo non sa che farsene dei poteri che accidentalmente gli sono affidati, ma addirittura recano danni e morti varie. Stesso schema in Chronicle, dove Andrew, Matt e Steve scoprono per caso un cratere, all'interno del quale sono esposti ad una specie di cristallo che emana una luce particolare, in seguito al quale acquisiscono del poteri telecinetici. All'inizio è un gioco, uno sperimentare divertente e originale, ma presto il gioco finirà per dare spazio a un delirio di onnipotenza. Girato utilizzando il metodo del found footage, solo attraverso le telecamere dei protagonisti scopriamo la storia. Andrew riprende tutto ciò che ha davanti, per nascondere la sua timidezza, dietro la macchina da presa si sente più sicuro, data anche la difficile situazione familiare che vive. E' il più debole del gruppo, quello più chiuso e insicuro che con i poteri prende consapevolezza di sé fino ad arrivare ad un crollo psicotico, iniziando ad utilizzare il proprio potere con crudeltà e senza alcun limite. E se prima si nascondeva dietro la telecamera, ora diviene il protagonista del 'suo' film, mostrandosi e partecipando più attivamente. Un film che parla del potere e di come nelle mani sbagliate possa divenire letale. Di come il potere annebbi la vista e porti la natura umana a degenerare e a perdere il senso stesso delle cose. Proprio come Andrew, che preso dalla disperazione per la malattia della madre, perde la ragione  e porta in scena tutta la sua rabbia. Un ragazzo difficile, con un'esistenza traumatica che degenererà fino a perdere il senno, ricordandoci in questo crollo e in molte scene il film del 1976 di Brian De Palma Carrie-Lo sguardo di Satana. 


Un film che non fa un abuso di effetti speciali, ma che si concentra, nonostante le particolari scene, sulla storia, sui tre giovani e sulla piega che prenderanno le loro vite. Un piccolo cult del genere, non privo di imperfezioni, più vicino a un pubblico giovane alle prese coi problemi adolescenziali che gli stessi protagonisti vivono, una sorta di teen horror-fantascientifico, da riconsiderare tra qualche anno, vedendo nel frattempo come invecchierà.

***

lunedì 23 aprile 2012

Leafie - Storia di un amore

di Oh Seongyun
Corea del Sud
2011


Leafie è una gallina dolce e smaliziata che vive in cattività in un pollaio. E' diversa da tutte le altre: sogna la libertà e la natura. Fingendosi morta riesce a scappare, ma presto si renderà conto di quanto il mondo sia ostile e di come la natura sia una guerra continua tra specie diverse. Il nemico più spietato è la donnola One-Eye, che lascia orfano un anatroccolo del quale Leafie deciderà di prendersi cura nonostante le evidenti difficoltà che si evidenzieranno sopratutto quando il piccolo anatroccolo diventerà una bellissima e coraggiosa anatra.
Cartone coreano, Leafie rappresenta la voglia di libertà, di scoprire, di aprire nuovi orizzonti alla propria esistenza, ma anche la delusione di scoprire un mondo diverso da come lo si era immaginati. Subentra così la paura, il diverso e gli ostacoli più inaspettati. Leafie è una gallina buona, non conosce il cinismo e la cattiveria ed affronta anche con leggerezza la quotidianità nonostante la derisione degli altri animali. C'è anche però amore, un sentimento disinteressato e puro che Leafie riserva ad un anatroccolo che decide di allevare come se fosse figlio suo, e lo fa totalmente e senza mezze misure. L'etica coreana sembra presente tutta, perché il cartone sembra dotato di una spiritualità coinvolgente. Per quanto le tematiche siano conosciute e l'ambientazione di una fattoria non abbia nulla di particolare, la pellicola non cade mai nello sdolcinato o nel vittimismo, anzi non mancano momenti forti con un finale che rappresenta la forza del sacrificio per un amore di madre che supera i confini. Un cartone semplice, ma forte di questa semplicità, è un cartone che punta dritto al cuore con la sua intima e lucida visione delle cose. Leafie rappresenta il nuovo, la conoscenza, la voglia di evadere da qualcosa che non ci rappresenta più, e anche la semplicità di un'anima che sa apprezzare tutte le bellezze della natura delle quali fino a quel momento è stata privata. La cattiveria però insorge e non è solo quella degli uomini, ma quella di specie animali diverse, ma Leafie con la forza di una leonessa riuscirà a difendere il suo cucciolo contro il nemico fino a quando cresciuto dovrà iniziare a spiccare il volo da solo.
Insomma un cartone che custodisce la propria forza nella semplicità di tematiche ed ambientazioni trattate con anima e cuore.

***

giovedì 12 aprile 2012

Piccole bugie tra amici

di Guillaume Canet
con Marion Cotillard,François Cluzet, Benoît Magimel, Gilles Lellouche, Jean Dujardin, Laurent Lafitte,Valérie Bonneton
Francia
2010


Un gruppo di amici come ogni anno parte per le vacanze estive in cerca di divertimento e relax. Qualche giorno prima la partenza, Ludò, fa un incidente molto grave che lo costringe in un letto d’ospedale in bilico tra la vita e la morte. Tuttavia il gruppo decide di partire ugualmente convinti della sicura guarigione di Ludò. In questa bellissima località francese il gruppo di quasi quarantenni cerca di godere della compagnia e del luogo, ma presto inizieranno a venire fuori bugie, malintesi, tensioni e difetti tipici di ogni persona.  C’è Max, il più ricco e paranoico del gruppo che vive con insofferenza l’affetto spinto di Vincent che non ama più la moglie, la quale soffre questa situazione da rinnegata. C’è Eric che ci prova con tutte le donne che gli capitano, ma che ama l’unica che lo lascia. C’è Marie, che ama Ludò, ma si consola con uomini momentanei. E poi c’è Antoine ossessionato dall’ex ed esaspera i suoi amici per un sms ricevuto. 

Guillaume Canet al suo terzo film da regista, gira una commedia personale e corale sull’amicizia e tutti i suoi turbamenti. I vari personaggi che si susseguono, ognuno con le proprie problematiche esistenziali rappresenta un po’ tutti noi. Ognuno si ritroverà in qualche personaggio o vi ritroverà l’amico che da sempre lo affianca. E forse è proprio questa la forza del film, la capacità del regista di far apparire gli attori con una umanità e complessità veritiera e condivisibile. Quasi intrappolati in questa località marittima, alla fine dovranno fare i conti con se stessi e affrontare la situazione creatasi. Tra tensioni emotive, dovute anche al caro amico in fin di vita, ognuno porterà la propria vulnerabilità al limite, mettendo in evidenza nevrosi e patologie. E’ quasi uno studio psicologico che Canet ne fa, un’analisi che va al di là della semplice descrizione caratteriale. Bisogna analizzare a fondo, notare un gesto o un’occhiata che intercorre tra di loro. Attriti portati al limite, inquietudini esasperate, agitazioni inspiegabili: tutto si condensa e poi esplode nell’ultima mezzora, quando il dramma riporta tutti alla realtà dove è necessario fare due calcoli e porsi qualche domanda. Piccole bugie quotidiane che fanno da contorno a rapporti umani tipici di ognuno. Una commedia basata sulla autenticità dei rapporti umani descritti senza fronzoli o ipocrisie, nella quale vengono messe in evidenza, senza esasperazioni, difetti e finzioni tipici di ogni rapporto con momenti anche divertenti e con un’ottima prova dell’intero cast. Sopra tutti Marion Cotillard, silenziosa e fragile, sembra l’unica che si estrania  dal gruppo tra un bicchiere di vino e una sigaretta e che analizza la situazione da un punto di vista più razionale.  
Una regia raffinata ed empatica nella quale ci si ritrova sentimentalmente coinvolti, commossi come se fossimo lì anche noi. E non è poco.


****

sabato 7 aprile 2012

Biancaneve

di Tarsem Singh
con Julia Roberts, Lily Collins, Armie Hammer, Sean Bean
Usa
2012



E’ da un po’ di tempo che il cinema d’oltreoceano sta proponendo rivisitazioni di fiabe Disney. Dopo Cappuccetto rosso sangue ed in attesa di Biancaneve e il cacciatore con Charlize Theron, ecco che approda nelle sale italiane Biancaneve di Tarsem Singh con Julia Roberts nei panni della regina cattiva. Il punto di partenza e le idee generali della storia sono chiaramente ripresi dalla celebre fiaba dei fratelli Grimm: la strega cattiva, Biancaneve coi sette nani, il principe, il bacio del risveglio e la mela avvelenata. Il tutto però subisce delle trasformazioni che rendono il film nuovo e particolare. Infatti Biancaneve non è più la dolce fanciulla, indifesa e impaurita che aspetta di essere salvata dal principe, bensì è lei l’artefice delle proprie azioni, che grazie all’aiutato di 7 strampalati e facinorosi nani diventerà una esperta spadaccina. E se aspettate il bacio del principe, sappiate che sarà Biancaneve a svegliare da un incantesimo il suo amato. Dopo il cartone Rapunzel, è proprio il caso di dire che queste fiabe moderne mettono al centro l’autonomia delle donne e la loro forte intraprendenza. La regina cattiva è un’affascinante Julia Roberts, alle prese con assurde cure pur di restare giovane e bella e farà a gara con Biancaneve per conquistare il cuore del principe, che non appare tanto virile e coraggioso quanto un po’ intontito e alquanto impacciato. Anche le fiabe possono essere lo specchio di una società e se dapprima le ragazze erano raffigurate come romantiche e sospiranti fanciulle in attesa del principe azzurro, ora sono descritte come giovani donne dal carattere forte e con un approccio più pratico all’esistenza.

Julia Roberts è la vera macchietta della pellicola con le sue battute e il suo humour nero riesce ad essere divertente e ci fa quasi tenerezza nel suo sogno di eterna giovinezza.  Biancaneve è la vera battagliera del film perché si ritroverà a difendere il reame, portato allo sfacelo da una regina viziata e spendacciona. Il tutto condito da esilaranti e simpatici dialoghi, battute ironiche e goffi combattimenti, non tralasciando il mondo fantasy ricordato da incantesimi, specchi parlanti, pozioni magiche e vestiti incantevoli come solo le fiabe possono osare. E’ sicuramente un film divertente da gustare con leggerezza attraverso un sorriso e un sospiro.

2,5/5

martedì 13 marzo 2012

The Double

di Michael Brandt 
con Richard Gere, Topher Grace, Martin Sheen, Odette Yustman, Tamer Hassan, Stana Katic, Stephen Moyer
Usa
2011


Paul Shepherdson (Richard Gere), agente della CIA in pensione, viene richiamato dal suo mentore Tom Highland per indagare sull’uccisione di un senatore che pare avesse avuto rapporti con la Russia. Shepherdson nella sua lunga carriera ebbe a lavorare sul caso Cassius, spietato killer russo,  la cui modalità tipica di uccisione era un taglio netto al collo. Il senatore pare morto nelle stesse circostanze, per cui l’ex agente è la persona adatta ad investigare. Viene affiancato però da un giovane agente dell’FBI Ben Geary (Topher Grace), convinto si tratti proprio di Cassius, mentre Shepherdson parla di un imitatore, perché sicuro che Cassius sia morto.
Su tale base inizia un thriller che fa acqua da tutte le parti. Questo principalmente perché sin da subito si scoprirà la vera identità di Cassius facendo così calare di colpo l’attenzione dello spettatore, che ormai si trova a sapere troppo non avendo più alcuna curiosità o nodo da sciogliere. La pellicola tuttavia prosegue tra indagini, analisi, inseguimenti senza nesso logico tra di loro. La sensazione è quella di un film poco curato, mediocre e senza un vero fondamento.
Gli psico thriller (che fanno pensare ad Alfred Hitchcock, ma qui non vi è assolutamente nulla del Maestro) devono essere strutturati in modo intelligente e d enigmatico per trovare una loro verità e una via per lo meno credibile. E forse rendendosi conto dello scarso risultato si è pensato di inserire sul finire un altro colpo di scena, che se da una parte dona al film un minimo di dignità, dall’altro il telespettatore è già troppo stanco per gustarlo. Insomma ci si muove a tentoni, con personaggi che sembrano delle macchiette piuttosto che interpreti. Paul e Ben, che forse dovrebbero rappresentare l’archetipo del poliziotto buono e quello cattivo non riescono a bilanciare le loro parti, rendendo poco credibili i loro personaggi.
Esordio alla regia di Michael Brandt, già sceneggiatore di 2 Fast 2 Furious, il quale realizza un film veloce e che velocemente si dimentica, poco thriller e molto banale.

*

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...